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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 13/02/2014  -  stampato il 11/12/2016


Mio padre comandava dal carcere: parla la figlia del boss Galatolo al processo

"Mio padre comandava dal carcere. Attraverso segni convenzionali ci diceva cosa dovevamo fare". Lo ha detto Giovanna Galatolo, neocollaboratrice di giustizia e figlia del boss Enzo, condannato per l'omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e coinvolto nell'inchiesta sul fallito attentato dell'Addaura a Giovanni Falcone.

"Mio padre impartiva le sue direttive durante i colloqui - ha raccontato la figlia, sentita nel processo all'ex deputato Franco Mineo e ad Angelo Galatolo - Faceva pure telefonate dal carcere per parlare con i suoi familiari. Vivevano tutti nello stesso palazzo, quindi bastava parlasse con uno che parlava con tutti".

"Ho passato soldi di mio padre a Gaetano Galatolo e a suo figlio Angelo - ha detto - Questi soldi erano in parte di mio padre e in parte della famiglia mafiosa. Sia Gaetano che Angelo Galatolo tenevano rapporti con mio padre Enzo fino all'anno scorso". Il pm Piero Padova ha fatto alla collaboratrice domande anche sugli affari del clan, capace di investire fiumi di denaro.

La Direzione investigativa antimafia, nei mesi scorsi, su richiesta della Procura di Palermo ha disposto il sequestro preventivo di alcuni locali di proprietà di Mineo, che ospitano attività commerciali: si tratta del bar Nuova Esedra, di una merceria e del negozio di abbigliamento Vegard. Tutti gli immobili si trovano nel quartiere dell'Acquasanta, a Palermo, quello da cui proviene il politico che ha respinto sempre ogni accusa. "Il bar Esedra, che prima si chiamava Snoopy, era gestito da mio zio Giuseppe - ha raccontato la pentita - So che è rimasto nell'orbita di Cosa nostra anche dopo la sua cessione. So che mio cugino Angelo di Gaetano aveva interessi in questo bar. So che il negozio Vegard era di interesse di mio cugino Angelo". "Il bar Esedra è sempre stato della famiglia Galatolo - ha puntualizzato - Se è stato venduto, è stato ceduto a prestanome".

"Non voglio più stare nella mafia, perché ci dovrei stare? Solo perché mio padre è mafioso? No, non ci sto. Non voglio stare nell'ambito criminale. Né voglio trattare con persone indegne. Adesso che collaboro mi vogliono fare passare per prostituta. Io voglio dedicarmi solo a mia figlia". Giovanna Galatolo, figlia del boss dell'Acquasanta, Enzo, ha deciso di collaborare con la giustizia e volta le spalle alla sua famiglia. Le dichiarazioni della donna, che vuota il sacco per garantire un futuro migliore alla figlia minorenne, entrano per la prima volta in un processo.

Si tratta di quello che vede imputati Angelo Galatolo e Franco Mineo, ex deputato regionale di Grande Sud, accusato di intestazione fittizia di beni aggravata, peculato, malversazione ed usura. Mineo, secondo i pm avrebbe fatto da prestanome a Galatolo, esponente dell'omonima famiglia mafiosa dell'Acquasanta, al quale avrebbe versato gli affitti riscossi in alcuni locali commerciali. "Per gestire le attività della famiglia spesso si ricorre a prestanome", ha detto. "Mi ricordo - ha puntualizzato di un certo Mineo, un sindacalista, amico di Angelo Galatolo, il figlio di Gaetano".

Nel primo interrogatorio, a ottobre, la collaboratrice non aveva riconosciuto in foto Franco Mineo. "Ho visto passeggiare due volte Angelo con questo signore - ha spiegato - me lo sono ricordato dopo. So che sono ottimo amici, si sono messi insieme come società, come prestanome. Mi è stato chiesto pure di votare per Mineo, prima da Giovanni Galatolo, fratello di Angelo, poi anche Stefano Galatolo lo chiese a mio marito".

ANSA