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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 18/02/2014  -  stampato il 03/12/2016


Piano Carceri: Sinesio replica a Sabella, intervista sul Fatto Quotidiano

Nessuna "matematica creativa": e se c'è, "è da imputare alla direzione dei beni e servizi". Le consulenze? "Abbiamo tagliato il 70 per cento delle spese". Il piano carceri di Sabella? "Secondo il capo del Dap Giovanni Tamburino ha riproposto moduli di sconfortante piattezza".
Denunciato dall'ex pm antimafia Alfonso Sabella, il Commissario straordinario per l'edilizia penitenziaria Angelo Sinesio si difende con una memoria depositata in commissione Giustizia e rilancia: "Per 11 anni l'espressione "riservata" è stata utilizzata non solo per l'esecuzione delle gare, ma anche per la procedura. Se si cerca nel sito del Dap non si troverà una sola gara. In questo modo è stato gestito oltre un miliardo di euro, noi abbiamo dato un segnale di discontinuità".

Sabella l'accusa di avere alterato le cifre del piano carceri...
L'incremento di 3.000 nuovi posti è stato fatto su richiesta del Dap. Nessuno ha gonfiato il numero di posti, nessuno si è appropriato di meriti altrui. Il Commissario è servente, non ha un quadro delle esigenze: chi stabilisce quali lavori fare è l'amministrazione penitenziaria. Improvvisamente, nel luglio scorso, il consigliere Sabella ha raccolto i documenti dal nostro sito, dove si possono leggere le mie controdeduzioni, e ha scritto l'esposto: lo avrebbe potuto fare qualsiasi cittadino, era tutto in Internet. Detto questo, io sono tranquillo.

C'è un prestanome di un'azienda trovato in possesso di quadri rubati...
Erano tutte aste pubbliche aggiudicate da Commissioni a cui io non ho mai partecipato. La storia del prestanome l'ho appresa dal giornale, non ne potevo sapere nulla, io ho chiesto la documentazione necessaria, tra cui il certificato antimafia e me lo hanno trasmesso.

Lei è sempre stato molto vicino al Guardasigilli Annamaria Cancellieri, al punto da essere considerato il suo "braccio destro". Pensa allora di essere stato danneggiato per questo, in questa vicenda?
Quando si ha un rapporto stima e di fiducia ci sono oneri e onori. Ritengo che oggi sia lei la danneggiata. Dieci anni trascorsi a occuparsi di sicurezza nazionale hanno creato intorno al funzionario Sinesio un alone di mistero.

Ha lavorato per i servizi segreti?
Sono stato dipendente dei servizi. Mi presentò Paolo Borsellino, quando chiuse l'Alto Commissariato per la lotta alla mafia, dove lavoravo, Borsellino disse: questa professionalità non la possiamo perdere.

Che fa, si ripara dietro l'amicizia con il giudice ucciso in via D'Amelio?
Per nulla. Con lui avevo un rapporto di amicizia, come ha ammesso la stessa pm Alessandra Camassa. Ero tra i pochi a conoscere la sua avversione per la Procura Nazionale Antimafia, e lo dissi a Ilda Boccassini, quando mi interrogò. Ma non venni mai chiamato in aula. E, ripeto, fu Borsellino a portarmi ai servizi, dove ho conosciuto Contrada, che ho incontrato tre sole volte in vita mia. Non solo, sono stato uno dei due funzionari dello Stato a essere chiamato come testimone d'accusa contro Contrada, al processo in cui venne condannato per mafia. Non capisco di che cosa avrebbe dovuto vergognarsi il ministro della Giustizia a prendere me.

E dopo la morte di Borsellino le fu chiesto perché aveva confidato a Tonino De Luca, che la rivelò a Contrada, la notizia che il pentito Mutolo stava parlando di lui, confidenza fattale dalla pm Camassa?
Nessuno mi ha mai sospettato di nulla, non sono mai stato indagato e la mia posizione non è mai stata archiviata contrariamente a quanto è stato sostenuto. La stessa Camassa escluse che potessi essere io l'amico che aveva tradito Borsellino. Io ho solo riferito la notizia al mio superiore gerarchico, De Luca e sono stato io a raccontare l'episodio ai pm Scarpinato e Morvillo. Quella con Camassa fu una discussione franca, mi invitò lei a Pizzolungo e non aveva riserve nei miei confronti. Lì abbiamo parlato di tutto, e ricordo che lei era insistente su Mannino. A un certo punto ho avuto un giramento di stomaco e sono andato a vomitare, ma non avevo un telefono. Che lei e suo marito abbiano riferito anni dopo quella circostanza in termini diversi da come era stata accertata mi lascia perplesso.

Il Fatto Quotidiano 

 

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