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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/02/2014  -  stampato il 08/12/2016


Usa, la visita in carcere si fa via Internet.Per una videochat la tariffa minima di 20 dollari

È un altro mondo la Contea di Chippewa, nel Wisconsin, un bellissimo Stato del Nord America circondato dai grandi laghi. Qui una realtà relativamente piccola ha introdotto un grande cambiamento : amici e familiari dei detenuti possono visitarli da casa, ma faccia a faccia, usando Internet e un sistema di comunicazione della Securus Technologies, molto simile a Skype. Basta disporre di una webcam e di una connessione di decente qualità.

Una bella novità per chi vive il dolore di un distacco e il disagio di trasferimenti e visite carcerarie che hanno sempre controindicazioni, soprattutto per dei bambini.
Non sarà gratis, però. Il pragmatismo statunitense, nonché i modelli di amministrazione degli istituti di detenzione, hanno convinto a tassare le visite virtuali: un dollaro al minuto, per un collegamento minimo di 20 minuti. E dunque, che parliate due minuti o sette, il prezzo sarà di 20 dollari, e se volete raddoppiare dovete prepararvi a sborsare 40 dollari. Un sistema di tariffazione non dissimile a quello applicato in tanti punti internet a pagamento.

In Europa il tema sarebbe trattato diversamente, ma lo sceriffo di Chippewa, Jim Kowalczyk, taglio alla marine su un viso rassicurante, la spiega banalmente così: La Contea ha già pagato 2.000 dollari per il nuovo sistema, mentre Securus ne ha messi circa 100 mila. L’azienda può così recuperare il suo investimento.
Resta inteso che le persone che visitano il carcere di persona, durante il normale orario di visita il martedì e il sabato, non pagheranno una tassa. Come in passato, i visitatori potranno sedersi a un terminale al primo piano del carcere e parlare al video con i detenuti al secondo o terzo piano.

Le visite come le abbiamo viste rappresentate al cinema, faccia a faccia attraverso un vetro, a quanto pare, sono già una rarità a Chippewa. Ma gli incontri telematici saranno regolati da controlli, se possibile, ancora più stretti.

Chi si collega deve sottoscrivere una serie di obblighi e sa che le conversazioni saranno tutte registrate. Tra gli obblighi c’è anche il divieto di mostrare nudità. Una clausola che restituisce, d’un colpo, tutta la tristezza della situazione, e la solitudine affettiva e sessuale in cui vivono i detenuti.

La trasgressione comporta gravi conseguenze: la perdita di diritto di visita sia dell’ospite sia del carcerato.
E in Italia? Ben altri sono i problemi che affliggono le patrie galere, primo fra tutti il sovraffollamento. Non risultano, dunque, progetti simili, e saremmo lieti d’essere smentiti, ma il problema della comunicazione dei detenuti tramite i nuovi strumenti della tecnologia si è posto eccome. Già nel 2010 la Corte di Cassazione si è espressa sull’uso di Facebook da parte di persone agli arresti domiciliari. Il tema è più che mai attuale, dal momento che a un simile regime potrebbe essere destinato il leader di una delle principali forze politiche in Italia, in tempi in cui la battaglia tra partiti e leader si svolge sempre più a colpi di blog e tweet.

La sentenza , allora, così fu motivata: “La moderna tecnologia consente oggi un agevole scambio di informazioni anche con mezzi diversi dalla parola, tramite web e anche tale trasmissione di informazioni deve ritenersi ricompresa nel concetto di comunicazione, pur se non espressamente vietata dal giudice, dovendo ritenersi previsto nel generico ‘divieto di comunicare’ il divieto non solo di parlare direttamente, ma anche di comunicare attraverso altri strumenti, compresi quelli informatici, sia in forma verbale che scritta o con qualsiasi altra modalità che ponga in contatto l’indagato con terzi”. Insomma, niente Facebook, Twitter e persino Instagram. Le videochat a circuito chiuso di Chippewa, però, sono tutta un’altra cosa. In un Paese che è tutt’altra cosa.

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