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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 02/03/2014  -  stampato il 06/12/2016


Ex poliziotto arrestato per favoreggiamento a Salerno: parziali ammissioni nel carcere militare

"Qualche piccolo favore magari sì, ma nessuna complicità nelle estorsioni". L'ex sovrintendente di Polizia Penitenziaria, il cavese G. A. ora in pensione, nega di avere aiutato gli uomini del clan De Feo a gestire dal carcere un giro di estorsioni a imprenditori dei Picentini e della Piana del Sele. Difeso dall'avvocato Roberto Lanzi, ha risposto alle domande del giudice delle indagini preliminari nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove è rinchiuso dall'alba di martedì.

Nella sua ricostruzione di quanto accadeva nelle celle di Fuorni ha fatto parziali ammissioni, parlando di piccoli favori per rendere più agevole le condizioni di qualche detenuto, ma ha negato di aver mai fatto uscire dal carcere lettere estorsive e di aver fatto le telefonate di cui si parla nell'ordinanza di custodia cautelare.

"Non sono stato io" ha detto al giudice che lo ha interrogato su rogatoria del gip salernitano Vincenzo Di Florio. Ma non avrebbe fatto nomi di possibili sospetti. Nei prossimi giorni presenterà richiesta di revoca della misura cautelare, come annunciano anche gli altri arrestati (alcuni già in carcere per altri reati). Ieri hanno deciso di restare in silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere, sia Antonio De Feo e Giuseppe Capo, entrambi residenti a Perito e ritenuti i leader del sodalizio criminale, che Felice Carraturo di Pontecagnano, Michele Oscar Cafarelli di Battipaglia e Leonilda Curti, di Castel Volturno (la compagna di Capo).

Sarà invece ascoltata il 6 marzo Anna Iuliano di Pontecagnano, l'unica degli arrestati ad essere ai domiciliari. L'indagine, coordinata dai sostituti procuratori Rocco Alfano e Rosa Volpe, ha avuto inizio dal ritrovamento di due telefoni cellulari nella cella di Raffaele Del Pizzo, che da quel momento ha iniziato a collaborare.

La Città di Salerno

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