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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 08/03/2014  -  stampato il 05/12/2016


Comandante della Polizia Penitenziaria condannata per suicidio detenuto: motivazioni sentenza

La "cella liscia", la 408, era priva di illuminazione, di riscaldamento, senza sanitari e invasa da un insopportabile fetore di escrementi e di urina"; "un luogo che sottoponeva di fatto i detenuti a misure di rigore non consentite dalla legge...una cella di rigore di fatto illecitamente soppressiva di quel minimo di libertà residua che spettava ai detenuti"; infine, "si trovava in condizioni di conservazione pessime e che configurava logicamente un ambiente tutt'altro che confortevole e sicuramente non in grado di ovviare alle condizioni psichiche alterate, ma semmai idonea a rafforzare la scelta suicidaria".

Con queste parole, il giudice veneziano Andrea Comez descrive la cella di Santa Maria Maggiore, dove il detenuto Cherib Debibyaui il 5 marzo 2009 è stato rinchiuso e dove si è impiccato, nelle motivazioni della sentenza con la quale è stata condannata a cinque mesi e dieci giorni di reclusione la comandante della Polizia Penitenziaria del carcere veneziano Daniela Caputo. Era stato trasferito nella 408 dopo aver tentato il suicidio in un altra cella, dove a salvarlo erano stati due detenuti. Il magistrato ricorda che i detenuti vi venivano rinchiusi anche d'inverno in mutande e maglietta e spesso senza materasso per diverse giornate.

La comandante, che ha scelto il rito abbreviato, a differenza degli altri imputati che sono stati rinviati a giudizio e verranno processati in Tribunale, doveva rispondere di concorso in omicidio e abuso d'autorità. La sentenza ricorda che l'obbligo di protezione della salute dei detenuti spetta alla Polizia Penitenziaria e sottolinea che secondo l'articolo 27 della Costituzione le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione. La Caputo aveva ratificato la decisione del suo sottoposto di rinchiudere il detenuto che già aveva tentato il suicidio nella cella di punizione, invece "avrebbe dovuto disporre la sua sorveglianza a vista o avrebbe dovuto trasferirlo in infermeria in attesa della visita medica". Nella sentenza si contesta la difesa dell'imputata che da un lato ha sostenuto che toccava al direttore del carcere farsi carico della protezione dei detenuti e dall'altro ha negato di conoscere le condizioni della cella 408.

"Appare poco credibile", si legge, "visto che proprio in quell'occasione il comandante aveva avuto modo di vedere quella cella e di accorgersi che era priva di illuminazione, non era riscaldata ed era in condizioni igieniche pessime".

La Nuova Venezia

 

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