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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 30/04/2014  -  stampato il 10/12/2016


Carcere di Capanne, la direttrice: "Eravamo tra i peggiori d’Italia, ora non più. Come? Aprendoci"

«Nel 2010 e 2011 avevamo il triste primato di quarto carcere in Italia per eventi critici. Oggi non è più così. Come abbiamo fatto? Con più aperture all’interno e all’esterno». Ricorda come un incubo, la direttrice Bernardina Di Mario, quei mesi in cui a Capanne erano stipati 630 detenuti, di cui 130 «dormivano con i materassi a terra». Ora le cose sono cambiate, grazie allo svuotamento dettato dalla procedura di infrazione Ue contro l’Italia, certo, ma anche da una serie di scelte interne. Di Mario ne ha parlato in occasione dell’incontro sulla Carta di Milano (le regole deontologiche che l’Ordine dei giornalisti ha adottato per tutelare i diritti dei detenuti), ospitato nella casa circondariale perugina.
Il momento peggiore «Nel 2010 eravamo in una situazione di forte sofferenza – racconta Di Mario - ma sfido, 630 detenuti di razze, religioni, culture diverse, chiusi in spazi pensati per 500 non potevano non portare a ciò. Molti dormivano a terra, in tre dentro celle singole, non serviva la sentenza della Corte europea di Strasburgo del 2013 per ricordarcelo. Quella situazione era frutto di leggi, come quella sugli stupefacenti, che hanno portato a 1.500 ingressi in un anno, oltre il 60% di stranieri. Non avevamo neppure le risorse per le esigenze di tutti, per fortuna ci hanno dato una mano le associazioni di volontariato».

Meno detenuti Dopo la sentenza, però, qualcosa si è mosso. La procedura di infrazione dell’Ue ha accelerato i provvedimenti per lo svuotamento, con l’incremento delle pene alternative. Oggi a Capanne ci sono 430 detenuti. «Non c’è più sovraffollamento – afferma la direttrice – e noi, dal canto nostro, abbiamo iniziato ad agire su due variabili che regolano la vita dei detenuti: spazio e tempo».
Spazio Di Mario spiega che «abbiamo iniziato con il selezionare i detenuti, scegliendo quelli che in situazioni critiche ci hanno dato una mano a mantenere una situazione di sicurezza. Così chi aveva solo 2 ore di passeggiata al giorno ne ha avute 4, in alcune sezioni abbiamo tenuto le celle aperte fino a 14 ore, 8 nelle altre (minimo di legge, come i 3 metri quadri di spazio vitale). In questo modo, aprendo con criterio, la sorveglianza della Polizia Penitenziaria è passata da un controllo a persona a un controllo dinamico, possibile tenendo sotto osservazione i comportamenti da chi è “libero” di muoversi».
I risultati Il risultato di questa responsabilizzazione di chi ha dimostrato di meritarla, «è stato – spiega la direttrice – un calo del 60% degli eventi critici (atti di autolesionismo, risse, scioperi della fame) nel 2013 e quest’anno sono calati ancora. Molti hanno aderito anche ai controlli a campione sull’uso di oppiacei, che ci ha dimostrato una diminuzione dell’uso di droga che, purtroppo, ancora entra facilmente in carcere».
Tempo Messo un tampone sullo spazio, però, c’è l’altro scoglio: il tempo. «Questo è un problema non del carcere ma della società intera – puntualizza Di Mario -. Dobbiamo fare i corsi di formazione, li facciamo con l’aiuto di Regione e Provincia: ad esempio abbiamo fatto corsi di cuoco, abbiamo messo su un’azienda agricola (ci lavorano in 16), un allevamento di polli, 4 escono la mattina e fanno lavori socialmente utili per il comune di Perugia (prima gratis poi sono stati talmente apprezzati che ora vengono pagati 250 euro al mese per le spese giornaliere, se la sono guadagnata questa possibilità)».
Serve più lavoro Oggi, secondo la direttrice «il carcere è più aperto, c’è più scambio col territorio. Nessuna misura alternativa dopo un percorso ben formato è stata revocata, si è abbassata la recidiva. Ma occorre fare di più perché il problema del carcere è di tutti, come la sicurezza è un problema di tutti e un detenuto recuperato e reinserito è un accrescimento della sicurezza. Va incrementata l’attività lavorativa, stiamo facendo cene a Perugia (130 persone nella prima, nella seconda 240) per finanziare due borse lavoro per detenuti. Abbiamo tante attività, ci apriremo ancora anche grazie ad aiuto istituzioni, Polizia Penitenziaria, associazioni di volontariato. Ma vorrei lanciare un appello alle imprese, che spesso non sanno che la legge Smuraglia consente sgravi per percorsi lavorativi dei detenuti. Il provveditorato ha 100 mila euro lì a disposizione che non vengono utilizzati: fatevi avanti, chiamatemi».

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