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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 29/05/2014  -  stampato il 10/12/2016


Il carcere Ğapertoğ aumenta la sicurezza

A parità di pena da scontare nelle patrie galere, chi ha avuto la "fortuna" di trascorrere più tempo in un carcere "aperto" ha una recidiva inferiore di chi invece è stato detenuto più a lungo in un tradizionale carcere "chiuso". Per ogni anno passato nel primo tipo di carcere, invece che nel secondo, la recidiva si riduce di circa 9 punti percentuali. Un abbattimento rilevante, con conseguenze importantissime in termini di risparmi, di miglioramento della sicurezza sociale e di riduzione del sovraffollamento carcerario. Poiché, infatti, ogni anno entrano in carcere 9mila persone e di queste una quota rilevante ha già alle spalle una precedente condanna, se la recidiva calasse in media di 9 punti percentuali gli ingressi diminuirebbero ogni anno di circa 800 detenuti.

È quanto si ricava dalla ricerca di Giovanni Mastrobuoni, dell'Università di Essex, e di Daniele Terlizzese, dell'Einaudi Institute for Economics Finance, avviata a settembre 2012 su impulso del Sole 24 Ore e con la collaborazione del Ministero della Giustizia che, con l'allora guardasigilli Paola Severino, ha aperto gli archivi del Dap (Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria) per consentire l'accesso alle informazioni necessarie a misurare - per la prima volta in Italia su basi scientifiche - il rapporto di causalità tra modalità di esecuzione della pena e recidiva. Le conclusioni di M&T mostrano che il carcere "chiuso" - cioè la pena scontata interamente "dentro" a doppia mandata, in ozio, in condizioni di promiscuità e insalubrità - non produce maggiore sicurezza sociale, contraddicendo gli slogan e le scelte di politica securitaria degli ultimi decenni.

I due economisti dimostrano che un carcere "aperto", che incarni il mandato costituzionale della rieducazione del detenuto rispettandone la dignità e i diritti fondamentali, è in grado di ridurre la recidiva e, per questa via, la popolazione carceraria, contenendo i costi e aumentando la sicurezza dei cittadini. Di qui un'ulteriore conseguenza: investire sul carcere "aperto" significa investire sulla crescita economica di un Paese, poiché a una maggiore sicurezza sociale corrisponde un clima più favorevole agli investimenti, sia italiani che esteri.
Se poi tutto questo non bastasse, a spingerci nella stessa direzione è il richiamo del Consiglio d'Europa, dopo la condanna della Corte di Strasburgo per trattamenti inumani e degradanti anche a causa del sovraffollamento carcerario e di una politica penitenziaria inidonea a garantire il rispetto della dignità dei detenuti. Una condanna pesante, anche in termini economici, poiché i ricorsi pendenti a Strasburgo - congelati in attesa di misure strutturali - sono circa 4000 e, se accolti, si tradurranno in risarcimenti per decine di milioni di euro. Il 3-4 giugno è atteso il verdetto del Comitato dei ministri che da un anno e mezzo ci tiene "sotto osservazione".

Lo studio di M&T si è concentrato sul carcere di Milano Bollate, avanguardia assoluta di carcere interamente "aperto" inaugurato nel 2000: celle aperte tutto il giorno, nessun sovraffollamento, giornate operose fatte di lavoro, studio, formazione professionale, attività ricreative e sportive, affettività e progressivo reinserimento nella società attraverso il ricorso ai benefici carcerari e alle misure alternative. Un carcere dove si cerca di applicare la legge e la Costituzione; dove tutti i detenuti sono chiamati alla responsabilità e all'autodeterminazione; dove la qualità della vita non è paragonabile alla stragrande maggioranza delle carceri italiane; dove, a fronte di 1.230 detenuti, si contano solo 430 poliziotti, poiché la sorveglianza non è concepita in modo tradizionale (monopolio esclusivo della Polizia Penitenziaria con conseguente marcamento a uomo: un poliziotto per ogni detenuto) ma in modo "integrato", essendo condivisa con tutti gli operatori delle altre aree (educatori, volontari, operatori di rete, persone che partecipano ai progetti scolastici e di lavoro).

Per molti anni il "modello Bollate" è stato considerato una sperimentazione, se non addirittura una vetrina, e soltanto di recente l'Amministrazione ha cominciato a estenderlo ad altre realtà detentive nel loro complesso. Se per ridurre il sovraffollamento occorre soprattutto abbandonare la cultura carcerocentrica della pena e puntare alle misure alternative, un contributo non secondario può venire dal trasformare il carcere - là dove è ritenuto sanzione necessaria - da luogo che produce recidiva (quindi criminalità) in luogo operoso e rispettoso della dignità umana, che produce libertà e sicurezza collettiva. culturale. L'emergenza sovraffollamento e la minaccia dell'apertura di una procedura di infrazione hanno spinto nella prima direzione, anche con i decreti svuota-carceri dei due precedenti governi e con l'approvazione della legge delega sulle sanzioni sostitutive (ancora però da attuare). Pur lentamente, qualche passo avanti si sta facendo anche nella seconda direzione ma populismi e demagogie sono sempre in agguato e rischiano di frenare il cammino. Inoltre, se l'emergenza è stata la molla per imboccare questa strada, la fine o l'attenuarsi dell'emergenza (intesa come sovraffollamento) rischiano di far abbassare la guardia.

Perciò un'analisi rigorosa delle misure più efficaci è indispensabile per portare avanti il cambiamento e toglie qualunque alibi a tentazioni di retromarce. Dal carcere di Bollate, quindi, si è partiti per misurare la recidiva dei suoi "ospiti". Consapevoli della selezione operata all'ingresso, che rende il detenuto medio di Bollate non rappresentativo del detenuto medio di un altro carcere italiano, si è identificato l'effetto causale del "trattamento Bollate" sfruttando la variabilità, pressoché casuale, della durata della pena residua al momento del trasferimento in quel carcere: in sostanza, succede spesso che detenuti condannati alla stessa pena complessiva e ammessi a Bollate finiscano per scontarne lì una frazione diversa per ragioni legate ai tempi del loro trasferimento. Pertanto, osservando la diversa recidiva di quei detenuti, si può capire quale sia l'effetto di un "trattamento Bollate" più o meno protratto nel tempo. Un po' quello che accadrebbe se a diversi pazienti con la stessa malattia e analoghe condizioni generali di salute venissero somministrate dosi diverse della medesima medicina e se ne misurasse poi l'effetto.

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