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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 31/05/2014  -  stampato il 10/12/2016


Abusi sessuali dell'ex cappellano di San Vittore: le motivazioni della sentenza pił lieve

Alcuni detenuti "platealmente provocavano l'imputato al fine di suscitare in lui insani impulsi sessuali al fine di ottenere dallo stesso piccoli vantaggi che però, nelle circostanze di tempo e di luogo, gli erano molto utili".

Lo scrive il Gup di Milano Luigi Gargiulo nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 28 marzo, ha condannato a 4 anni di reclusione Don Alberto Barin, l'ex cappellano del carcere milanese di San Vittore arrestato per presunti abusi sessuali nei confronti di 12 detenuti.

Con la sentenza è arrivata sì la condanna, ma ad una pena molto più bassa rispetto ai 14 anni e 8 mesi di carcere chiesti dalla Procura, anche perché sono cadute gran parte delle accuse e il Gup ha riconosciuto solo quattro capi di imputazione per violenza sessuale, riqualificati, tra l'altro, nella forma della lieve entità, ossia molestie o toccamenti commessi "in modo repentino".

Il religioso, invece, assistito dall'avvocato Mario Zanchetti, è stato assolto da otto accuse di violenza sessuale. Nella parte delle motivazioni, da poco depositate, in cui il Gup parla della "inattendibilità delle dichiarazioni rese da alcune persone offese" si legge che la "omosessualità" dell'ex cappellano "era fatto notorio nella comunità dei detenuti come" da molti di loro "riferito nel corso delle indagini".

E "l'attendibilità" di quanto dichiarato da alcune "persone offese", spiega ancora il giudice, "non può essere desunta esclusivamente dalla circostanza che fatti in parte analoghi siano stati denunciati" come "commessi ai danni di più soggetti", perché "era fatto notorio che l'imputato avesse una propensione sessuale per le persone dello stesso sesso e, alcuni detenuti, platealmente provocavano l'imputato al fine di suscitare in lui insani impulsi sessuali".

Il Gup chiarisce, inoltre, che non c'è stato da parte di Don Barin "abuso di autorità" perché il ruolo di cappellano nell'ordinamento riveste una funzione "di tipo esclusivamente religioso" e non una "posizione autoritativa". E anche se gli si volesse riconoscere tale posizione, argomenta il Gup, "in ogni caso, nei fatti contestati" tale potere non si può riscontrare "nell'intensificare", come faceva Don Barin, "le visite con il detenuto, nel fornirgli consigli per migliorare la vita carceraria oppure nel fornirgli lo shampoo o un bagno schiuma".

Nelle motivazioni di 68 pagine il Gup chiarisce che i Pm hanno sbagliato nel contestare a Don Barin la qualifica di "pubblico ufficiale" perché come cappellano di un carcere lui era soltanto "un incaricato di pubblico servizio".

Gli è stata poi contestata, sempre secondo il gup, una fattispecie della violenza sessuale "inesistente", cumulando allo stesso tempo una presunta "costrizione all'atto sessuale" con "l'induzione al compimento dell'atto sessuale". Il giudice poi analizza, uno per uno, i presunti abusi sessuali indicati dalla Procura e spiega che in "alcuni casi" non c'è stato "compimento di atti sessuali", in altri c'è stato ma con detenuti "consenzienti". In altri casi ancora "la prova" degli atti sessuali "è quantomeno dubbia" e in alcuni, infine, "può ritenersi consumato il delitto", ma nella forma della lieve entità.

Un detenuto, ad esempio, ha messo a verbale che i "baci che ho scambiato con Don Barin non erano di contenuto sessuale" e un altro ha spiegato: "Ero consenziente . Io ho fatto finta di accettare anche se non volevo, perché sapevo che lui mi poteva aiutare". Il giudice, in relazione ai quattro fatti di violenza sessuale per cui è arrivata la condanna, parla di "limitata offensività" e di "brevi palpeggiamenti" tra "uomini adulti in una stanza aperta o chiusa da una porta a vetri trasparente".

Don Barin, secondo il Gup che non gli ha concesso le attenuanti generiche, "ha usato la funzione di cappellano quale mezzo di procacciamento di prestazioni sessuali" e ha tradito "i valori cristiani per i quali ha ricevuto l'incarico", reiterando i suoi comportamenti "nei confronti di detenuti in maggiore stato di bisogno anche solo morale". Il Gup ha riconosciuto anche risarcimenti da quantificarsi in sede civile ai quattro stranieri vittime delle molestie, assistiti, tra gli altri, dagli avvocati Simone Pozzi e Antonio Nebuloni.

ANSA