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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/06/2014  -  stampato il 04/12/2016


La Polizia Penitenziaria scopre il "codice Gionta" che permetteva al boss della camorra di dare ordini all'esterno

Il «Codice Gionta» è una serie di numeri e lettere. Apparentemente inspiegabile. Trascritta a penna sugli indumenti che entrano ed escono dal carcere. Sono i pizzini su stoffa. Servono a dare ordini all’esterno. Servono a rapportare gli affari ai capoclan in cella. E’ un codice cifrato che per la prima volta salta fuori il 9 agosto del 2013 nel carcere di Sulmona.

Sull’etichetta interna di un jeans marcato «Rodrigo» spuntano cinque cifre: «80772». E’ un messaggio cifrato che si scambiano Teresa Gionta, figlia del superboss Valentino, e suo marito Giuseppe Carpentieri.

Gli investigatori capiscono di avere di fronte un nuovo sistema di comunicazione criminale e allora inizia il lavoro di interpretazione dei codici.

Le informative vengono inviate alla procura Antimafia e immediatamente scatta la rete di controlli in tutti i carceri dello Stivale dove sono detenuti i colonnelli della camorra di Torre Annunziata.

La prova “principe” dell’esistenza del Codice Gionta arriva da un’attenta analisi degli agenti di Polizia Penitenziaria in servizio presso il carcere di Parma. Qui è detenuto Pasquale Gionta al regime di 41-bis.

In teoria, il boss sanguinario che aveva voluto la guerra con il clan Gallo-Cavalieri nonostante i consigli diversi dispensati dai suoi colonnelli durante le riunioni della cupola, dovrebbe essere isolato dal mondo. Soprattutto dal suo mondo. Ma la realtà è diversa. Il secondogenito di don Valentino riceve informazioni dall’esterno attraverso il codice cifrato riportato su un pacco di vestiti e scarpe arrivato in carcere.

La serie numerica riportata sull’etichetta interna degli indumenti riporta le cifre «82097».

Come scrive la Direzione distrettuale Antimafia nel drecreto di fermo a carico dei 14 indagati del clan Gionta, si tratta di «un ingegnoso sistema attraverso il quale il clan comunicava dall’esterno all’interno del carcere. E viceversa».

Le comparazioni investigative allora si infittiscono e gli 007 esperti delle dinamiche “giontiane” si mettono a lavoro per decifrare il codice. Lo studio riporta a qualche mese prima, all’agosto del 2012 quando il babyboss Salvatore Paduano, alla guida della cosca falcidiata dalla faida e delle retate, era una primula rossa inafferrabile.

Sulle sue tracce gli investigatori avevano sequestrato una serie di pizzini che secondo l’accusa erano stati affidati da suo padre Ciro Paduano a sua moglie, ed ognuno dei bigliettini cifrati conteneva un ordine preciso. Come un telegramma sintetico fatto di cifre, sigle e parole puntate. Almeno quattro i testi al vaglio degli investigatori dell’Antimafia, comparati con le cifre che si scambiavano i boss e i loro familiari durante i colloqui in carcere.

Messaggi strategicamente determinanti, visto che in due casi si trattava di indicazioni su come contattare uomini di rango appartenenti al clan Birra di Ercolano e al clan Tamarisco di Torre Annunziata.

Quel pomeriggio di agosto 2013 Teresa Gionta e suo marito riescono a mettere a punto il sistema di comunicazione più ingegnoso.

«Tu lo prendi e lo cuci nella tasca del jeans, se ti controllano non fa niente, che ne sanno che sta scritto? Invece quella è la risposta alle lettere».

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