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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/08/2010  -  stampato il 03/12/2016


Bari, "Cosė entra la droga in carcere"

BARI – Sui mille modi di far entrare la droga in carcere, materia di discussione dei giorni scorsi, in occasione dell’operazione antimafia “Libertà”, compiuta a Bari dai carabinieri, interviene il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria. Con l’ultimo blitz che ha colpito il clan Strisciuglio, si legge nel comunicato a firma del segretario nazionale Federico Pilagatti, sono emerse delle verità che tutti sanno ma che nessuno vuole eliminare. Ci riferiamo all’ingresso della droga nel carcere, nonché alla possibilità di recidere una volta per tutte i legami che consentono ai boss all’interno del carcere, di gestire i propri affari come meglio credono a Bari e in altri istituti.

Per quanto riguarda la dro ga, il Sappe aveva spiegato qualche anno fa come entrerebbe a Bari proprio a causa della dislocazione del penitenziario. Le centinaia di operazioni della polizia penitenziaria che hanno permesso il rinvenimento di stupefacenti, lo dimostrano. Perciò non ci voleva l’operazione Strisciuglio con circa 50 arresti, scrive il segretario Pilagatti, per capire che  spesso vengono lanciate verso le celle all’interno dell’istituto palline o involucri appesantiti, contenenti sostanze stupefacenti che il più delle volte non raggiungono  l’obiettivo e cadono nel carcere dove altri detenuti lavoranti, tentando di eludere la vigilanza, cercano di recuperarla per farla arrivarte agli interessati.
Altre volte, dal lato di viale Papa Giovanni XXIII, vengono lanciati dei pacchettini che finiscono sui terrazzini adiacenti la prima sezione consentendo ai detenuti, (attraverso rudimentali strumenti formati da mazze a cui venivano attaccati specchi per localizzare gli involucri), di recuperarli usando scope e fi li quasi come canne da pe sca.
Molte volte si è scoperta droga nelle suole, oppure proprio nelle scarpe, o negli orli  dei pantaloni e di altri capi di vestiario. Classico è il caso di  stupefacenti nascosti nel chewing gum che attraverso il bacio del saluto alla fine dei colloqui, passa dal familiare al detenuto e che poi viene subito inghiottito prima della perquisizione da parte del personale, per poi recuperarlo in seguito.
Altro stratagemma usato è quello della posta in cui la droga è mischiata alla colla  per attaccare i francobolli, oppure si trova in microgranuli ben dissimulati nelle lettere. Anche se non si è mai potuto appurare in maniera cert a (ma ci sono le tantissime raccomandazioni in questo senso), la droga in carcere entra anche con lo stratagemma di bagnare un indumento (jeans, magliette e altro) in una soluzione di acqua e stupefacente, farlo asciugare per poi consegnarlo al detenuto che invertendo l’operazione e facendo evaporare l’acqua, riesce a ricavare la sostanza. Cocaina e eroina entrerebbero anche mischia te nelle vivande cotte che i familiari portano ai detenuti.
Purtroppo il problema potrebbe essere risolto alla radice, dice ancora il Sappe, se si consentisse alla polizia penitenziaria di lavorare con strumenti adeguati, e soprattutto con personale sufficien te, mentre i mezzi e i po liziotti penitenziari sono in sufficienti.
Da mesi si discute sulle intercettazioni, ma nessuno avanza la proposta di registrare tutti i colloqui, sia di persona sia telefonici, tra i boss e i loro scagnozzi e i familiari, nonché di controllare la loro posta sia in arrivo sia in partenza.
In questo modo si diminuirebbe o si eliminerebbe, la possibilità di dare ordini dal carcere, attraverso i familiari che vanno a fare il colloquio, (più volte accertati dalle indagini).
Anche se quello proposto dal Sappe, riguarda la limitazione del diritto alla privacy, si ritiene che ne valga la pena poichè si possono raggiungere risultati molto importanti contro la riorganizzazione di clan decapitati. Nella maggior parte dei casi, le azioni delittuose avvengono attraverso i collegamenti tra il carcere e i gregari all’esterno che aspettano solo di eseguire degli ordini.
 

Fonte: barisera.net