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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/07/2014  -  stampato il 06/12/2016


Droga nel carcere di Sassari: la rete dello spaccio gestita da ex Comandante

È entrato nell’aula della corte d’assise scortato da poliziotti in borghese e agenti di Polizia Penitenziaria. Giuseppe Bigella è un uomo molto diverso da quello che si era visto nella stessa aula due anni fa durante il processo Erittu. Ha la testa rasata e il viso pieno, guarda fisso il pubblico ministero e non si cura dei detenuti imputati che dietro le sbarre si sollevano sulla punta dei piedi per vederlo in faccia.

Non ci riescono, intorno al testimone chiave è stata posizionata una barriera che lo “protegge” da sguardi e parole poco benevole che qualcuno gli rivolge di tanto in tanto.

Ieri mattina davanti al collegio presieduto da Salvatore Marinaro è ripreso il processo sul traffico di sostanze stupefacenti all’interno del carcere di San Sebastiano. L’anno di riferimento è il 2008 e per primo Giuseppe Bigella (al momento detenuto in un carcere della penisola per l’omicidio della gioielliera di Porto Torres Fernanda Zirulia e per quello di Marco Erittu di cui si è autoaccusato di fronte ai giudici di Cagliari) aveva parlato di spaccio e connivenze dentro San Sebastiano. E sempre lui aveva dato il via all’inchiesta. Poi erano arrivati gli altri collaboratori di giustizia, Pasquale Cozzolino e Giovanni Brancaccio, che in gran parte avevano confermato le sue dichiarazioni.

E infine erano sopraggiunte le intercettazioni, ambientali e telefoniche, e le indagini affidate al nucleo di Polizia Penitenziaria, intenzionata a scoprire eventuali divise corrotte. In 45, soprattutto detenuti ed ex reclusi, erano finiti sotto accusa, molti per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, altri per singoli episodi di cessione di stupefacente, e poi c’erano i tre agenti imputati di concorso esterno.

Secondo la Procura, nel penitenziario sassarese la droga entrava anzitutto grazie alla complicità di alcuni familiari di detenuti, ingegnosi nel nascondere gli stupefacenti persino nei maialetti e negli agnelli cucinati e portati ai loro cari. Poi c’erano gli agenti: uno di questi chiamati in causa da Bigella era stato per anni al vertice del carcere. Tra il 2002 e il 2007 l’allora ispettore capo Santucciu aveva le funzioni di comandante. Bigella lo ha accusato anche ieri di aver aiutato il presunto boss dell’organizzazione, Pino Vandi (assolto alcuni giorni fa dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Marco Erittu), ad evitare perquisizioni, controlli, addirittura intercettazioni. «Mi accorsi che succedevano cose strane, spostamenti di cella, affidamento di mansioni lavorative particolari a determinate persone. Poi un giorno Vandi mi disse chiaramente che era stato Santucciu a dirgli per esempio che avevano messo le microspie nelle celle».

Bigella ieri ha raccontato dell’esistenza di una vera e propria «organizzazione ramificata» all’interno del carcere con ruoli ben precisi affidati a ciascuno e con Pino Vandi che aveva un ruolo dominante e privilegiato. «Io stavo sotto di lui, gli avevo fatto capire che ero disponibile ad aiutarlo perché volevo vivere bene in carcere».

Poi Bigella aveva deciso di collaborare con la Polizia Penitenziaria e lo aveva fatto attraverso degli scritti: «Quando c’era qualcosa da segnalare la riferivo agli unici tre di cui mi fidavo: Cuccuru, Chessa e dottor Mare. Scrivevo perché era meno pericoloso, non ti vedevano parlare con gli agenti». Il pm ieri avrebbe dovuto proiettare in aula proprio quegli scritti ma l’avvocato Elias Vacca ha sollevato un’eccezione (condivisa poi da tutti i colleghi della difesa) sostenendo in sintesi che non potevano essere considerati documenti e quindi non erano acquisibili al fascicolo del dibattimento. 

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