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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/07/2014  -  stampato il 04/12/2016


Lei Poliziotta, lui detenuto: oggi sposi

Lei, giovane guardia penitenziaria. Lui, coetaneo, condannato a 25 anni di reclusione per omicidio. Un colpo di fulmine immediato. Una complicità pericolosa per l’istituzione. Vietata, guardata con sospetto e osteggiata dai colleghi. Ma resa sempre più forte da settimanali conversazioni di trenta minuti dietro il vetro di un parlatorio di Fresnes, Valle della Marna, in Francia.

Una storia vera. Raccontata dalla ormai ex poliziotta francese. Arrivata in un luogo tanto duro per una donna, ancor più se aggredita sessualmente da un collega e minacciata da una famiglia di detenuti. Eventi su cui lei aveva deciso di chiudere gli occhi, restando ligia al dovere pur di mantenere un impiego. Sperando di giungere presto in amministrazione o, magari, diventare educatrice sportiva nel penitenziario, proprio come suo padre prima di lei.

Ma ben presto “quegli occhi verdi e il suo sorriso” cambiarono ogni cosa. Ingiustizie, racconta lei, trasferimenti in altri istituti, permessi di visita puntualmente negati. Un anno di separazione forzata, tre mesi di totale malessere, l’aspettativa dal lavoro, infine la scelta: abbandonare una professione che ormai guardava dall’altro lato del muro, e denunciare le irregolarità che aveva avuto modo di vedere da vicino.

Oggi un matrimonio, una casa e una figlia di 2 anni. Sui mobili e incorniciate al muro, le foto di famiglia al completo. Padre compreso. Che, in casa, però non è mai entrato, data la lunga pena ancora da scontare. Niente domiciliari per lui, né sconti di pena. Nonostante il matrimonio – celebrato al parlatorio, con una fugace prima notte di nozze ammessa nello stesso luogo, calafatato per l’occasione, ma senza banchetti – e la bambina.

Nessun aiuto per il trasloco e i primi lavori domestici. Costretto ad essere assente anche il giorno del parto di sua moglie. Neppure avvisato del lieto evento da alcun responsabile della nuova casa circondariale. Il motivo? Forse tendenza del condannato a “creare problemi”, con continue istanze e rivendicazioni per sé e i suoi compagni. Un caratterino indomito, che laggiù gli aveva portato il nomignolo di “avvocato”. O, chissà, ancora il forte peso di una perizia psicologica, che delineava un uomo intento a sedurre, sposare e mettere incinta una funzionaria dell’amministrazione penitenziaria al solo scopo di veder ridotta la sua pena.

Cosa ne pensa sua moglie di tutto questo? Certo la paura di non conoscere davvero il suo uomo – con cui non ha mai passato più di 72 ore – non manca. Ma a quegli occhi lei ha scelto di credere: “Non capirò e non perdonerò mai il suo atto, ma nel suo sguardo non ho mai visto l’assassino, solo l’uomo. Dietro le pene ci sono le persone. Una volta mi sono convinta che fosse stato l’errore di un momento. Ma se tornasse ad essere violento non lo perdonerei mai”.

Nel frattempo conduce la sua vita di mamma, postina e giovane donna come tante. Aspettando il giorno in cui potranno finalmente vivere come le coppie normali. Allora avranno circa 45 anni, la loro bimba 12.

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