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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 08/07/2014  -  stampato il 10/12/2016


Un capoposto del quinto piano il Poliziotto corrotto che gestiva il traffico di droga a Padova

Telefonini cellulari, sim card, palmari, ma anche droga, entravano nelle celle di due detenuti rinchiusi con il 416 bis. È uno degli aspetti emersi nell’ indagine della squadra mobile di Padova che stamane ha arrestato 15 persone, tra cui sei agenti penitenziari, per corruzione di pubblico ufficiale e spaccio di droga.

La polizia ha accertato che ad un camorrista napoletano appartenente al clan Bocchetta e ad un affiliato al clan della ‘ndrangheta Strisuglio della Sacra Corona Unita, entrambi sottoposti a misura di massima sicurezza, erano stati portati cellulari con i quali potevano tranquillamente comunicare con l’esterno. Entrambi i detenuti sono inclusi nel numero delle persone indagate nell’inchiesta della magistratura padovana.

L’operazione della Squadra mobile di Padova, coordinata dal Servizio centrale operativo e dalla direzione centrale Servizi antidroga, è scattata all’alba a Belluno, Lecce, Matera, Napoli, Rovigo, Salerno, Torino, Trieste, Venezia, Varese, Verona, Vicenza. Le ordinanze, firmate dal gip Mariella Fino su richiesta del pm Sergio Dini, sono eseguite da oltre 100 agenti e anche delle squadre mobili delle città coinvolte. Contestualmente, con l’ausilio del reparto Prevenzione crimine di Padova, sono state eseguite 37 perquisizioni anche negli edifici della Casa di Reclusione di Padova a carico di soggetti coinvolti a vario titolo nell’indagine, che vede coinvolti altri nove agenti di Polizia Penitenziaria.

È un capoposto del quinto piano ad aver tirato le fila dei traffici nel carcere `Due Palazzi´ di Padova il cui nome compare tra i 15 destinatari della misura cautelare. Si chiama Pietro Rega, 48, già arrestato per fatti analoghi nel 2001 dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli quando lavorava nel carcere di Avellino. Gli altri poliziotti, coinvolti nell’illecito sodalizio, lo chiamavano il `grande capo´ il quale percepiva anche tramite vaglia postali i pagamenti di somme di danaro da parte di familiari e complici in cambio di consegne di stupefacente (soprattutto «fumo» ed eroina e per altri trattamenti di favore). Per gli investigatori sarebbe stato Rega a coinvolgere gli altri agenti penitenziari, ad influenzarne altri dividendo i `benefit´ in denaro incassati anche tramite Western Union con somme che variavano dai 200 agli 800 euro, a seconda dei favori fatti.

Ma, sempre secondo gli inquirenti, l’uomo avrebbe gestito con altri colleghi anche il traffico di droga all’interno del carcere, permettendo ai detenuti, soprattutto albanesi e magrebini, di svolgere parallelamente un loro micro spaccio con gli altri reclusi. L’indagine è iniziata nell’estate 2013, mentre la polizia stava intercettando dei marocchini sospettati di un traffico di droga. Dalle telefonate era emerso del particolare traffico nella casa penale. Scavando più a fondo la `mobile´ euganea ha scoperto che c’era un nutrito ed organizzato gruppo di agenti in servizio che erano dediti a fini di lucro ed in pianta stabile, in concorso con familiari ed ex detenuti, ad un sistema illecito finalizzato all’introduzione in carcere di droga (eroina, cocaina, hashish, metadone), materiale tecnologico (telefonini, schede sim, chiavette usb, palmari) ai detenuti accontentandoli per altre richieste.

Tra i presunti corruttori anche l’avvocato Michela Marangoni, 51 anni, del foro di Rovigo, che si sarebbe servita di due suoi assistiti per l’illecito commercio. In più di qualche occasione, nella collaborazione tra la Polizia di Stato e la Polizia Penitenziaria, sono state fatte perquisizioni ad hoc che hanno portato a vari sequestri, anche nelle celle di massima sicurezza.

corriere.it

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