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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 09/07/2014  -  stampato il 07/12/2016


Agenti spacciatori a Padova, il Direttore: fuori le mele marce

"Questa operazione ci turba e ci rattrista, ma ci fa anche pensare a un futuro più sereno per gli agenti di Polizia Penitenziaria - e sono la maggior parte - che fanno il loro lavoro onesto. Le mele marce sono 6 sui 400 agenti in servizio al Due Palazzi, questi sono i numeri dei nostro carcere".
Salvatore Pirruccio, direttore della Casa di Reclusione era presente ieri alla conferenza stampa in questura sull'operazione Apache che ha portato all'arresto di 6 guardie. "Chi sbaglia viene colpito, sanzionato, mi vien da dire che si tratta di un episodio transitorio" prosegue il direttore "delle persone non hanno osservato il loro mandato.

Ma noi stessi, assieme alla polizia, le abbiamo colpite duramente. Devono essere espulse dal corpo se saranno ritenuti colpevoli, visto che la presunzione d'innocenza vale anche per loro. Per ora hanno dimostrato una infedeltà. Chi resta deve capire che si lavora nell'onestà, nella correttezza e nel bene dell'amministrazione, come peraltro fa la stragrande maggioranza degli agenti in servizio al Due Palazzi".

"Parlare di soddisfazione per una operazione del genere non si può", afferma il questore Ignazio Coccia "visto che si parla di forze dell'ordine. C'è però compiacimento di aver impedito che questo cancro di allargasse. C'è la soddisfazione di aver lavorato passo passo con la Polizia Penitenziaria che ha dato una collaborazione piena".

"Il fascino della menzogna: quella menzogna che, imperversando nei luoghi propri della disperazione, si trasforma in uno stile d'ambigua confusione di ruoli e di priorità, finendo per allearsi con quella delinquenza che, invece, dovrebbe essere smascherata nelle radici" dice don Marco Pozza, cappellano del carcere, intervenendo sull'accaduto.

"Non è forse per questo che sono stati ideati i luoghi di reclusione: per isolare il male e riportare la sicurezza? Il giro di corruzione e d'illegalità smascherato al "Due Palazzi" mostra, a coloro ai quali magari il carcere è foresto, quanto sia ostica l'avventura di far crescere il Bene laddove prima ha abbondato il Male: è dall'origine del mondo che il Maligno si scatena soprattutto nella terra del riscatto, della redenzione, delle ripartenze.

Ciò che rammarica è la confusione diabolica alla quale qualcuno ha prestato la sua persona, coinvolgendo inevitabilmente un corpo stesso al quale appartiene: la Polizia Penitenziaria. E una famiglia più ampia: quella della Casa di Reclusione "Due Palazzi". In giorni come questi si ama dire: "hanno scoperto l'acqua calda".

D'altronde finché nella società il carcere continuerà a restare un tabù e non accetteremo di farlo diventare una "casa di vetro" - dentro la quale ognuno può vedere quello che accade - rimarrà sempre una potenziale terra di nessuno, capace di ospitare il meglio e il peggio di una società: in questo esso rimane un microcosmo di un macrocosmo più grande. Oggi, però, l'errore sarebbe quello di generalizzare: l'occasione è ghiotta e il luogo comune è un posto affollato come il mercato, dove le idee si trovano a basso prezzo.

Non è questo, però, di cui si necessita; non è questa la vera notizia da raccontare. Ciò che andrebbe raccontato è che, nonostante lo stile nefasto e furfante di qualcuno, la maggior parte continui ad intestardirsi nel fare il bene, nello svolgere con stile la sua missione, nel cercare il possibile per rendere il carcere un luogo di ricostruzione umana e spirituale.

L'amarezza che ho scorto quest'oggi in tanti volti è il segno più credibile dell'onesta fatica ch'è nascosta nella loro feriale presenza. Dalle pagine di questo giornale spesso si narrano le cose belle del "Due Palazzi", quelle che lo rendono amabile agli occhi della collettività. Oggi si racconta il marcio del medesimo istituto. È giusto sia così: siamo nella logica più toccante dei Vangeli, laddove il grano e la zizzania devono convivere assieme fino all'ultimo.

Non per lasciare indisturbato il male ma per non rischiare, strappandolo, di rovinare quel bene che cresce assieme. Il bene che c'è e che rimarrà, anzi s'accrescerà. Perché non siamo all'asilo, dove se uno sbaglia ci deve rimettere tutta la classe. I nomi e i cognomi esistono per questo: affinché ognuno risponda del suo. Senza infangare l'onesta manovalanza di chi, consolato nel cuore, entra per garantire la speranza. Com'è scritto nella divisa che tutti i baschi blu indossano. E che tantissimi di loro onorano, con merito".

Il Mattino di Padova

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