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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 15/07/2014  -  stampato il 04/12/2016


Un boss per papÓ, Armando Libergolis tra i primi beneficiari della procreazione assistita per detenuti al 41bis

È uno dei grandi boss del clan dei Montanari. Sta al 41bis, rinchiuso nel carcere di Mammagialla a Viterbo. Appare tra i protagonisti di “Iscaro-Saburo”, uno dei procedimenti giudiziari più importanti dopo il maxiprocesso a Cosa Nostra. Inoltre fu accusato di aver frodato e truffato l’Agea, l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura assieme a sua moglie (processo che sembra destinato alla prescrizione). Si è beccato 27 anni di reclusione in regime di massima sicurezza ma ha sempre negato l’esistenza di una consorteria criminale che porti il nome della sua famiglia, nonché la presenza di una presunta costola di essa.

Lui è Armando Libergolis nato a Monte Sant’Angelo il 12 febbraio 1975, figlio di Pasquale e marito di Maria Riccardo, la moglie pizzicata per la frode all’Agea. Però non parleremo di lupara bianca, pistolettate e sangue che hanno segnato gli anni di faida garganica. Stavolta Libergolis è dentro a una storia diversa. Lui infatti, è tra i primi beneficiari della possibilità, per i detenuti in regime di “carcere duro”, di utilizzare la tecnica della procreazione assistita. La sentenza che riconosce anche ai detenuti pericolosi il diritto a diventare padri, da dietro le sbarre, è destinata a far giurisprudenza. Sia la Cassazione che il magistrato del tribunale di sorveglianza di Viterbo, avevano già sentenziato e stabilito la possibilità, per i carcerati, di ricorrere ai benefici previsti dalla legge 40 del 2004: “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”. In quel caso però poteva diventare padre solo il detenuto che riusciva a dimostrare di aver avuto rapporti sessuali con il proprio partner, per almeno un anno e senza risultati, conclamando dunque uno stato di sterilità. Naturalmente per un uomo recluso in regime di massima sicurezza non vi è la possibilità di trascorrere con la propria compagna il tempo previsto dalla legge. Il professor Luca Ripoli, legale di Libergolis, è quindi riuscito a dimostrare alla corte lo stato d’infertilità della compagna del detenuto e quindi l’impossibilità della coppia ad avere figli. La richiesta di fecondazione assistita, esternata dal detenuto nel 2013, è così stata concessa all’inizio dell’anno successivo sia dal tribunale di Viterbo che dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria della stessa città. Quindi la provetta contenente il liquido seminale di Armando Libergolis ha potuto varcare le mura di cinta del carcere e raggiungere un laboratorio di analisi della Capitale, dove nell’aprile scorso l’intervento è stato effettuato senza problemi. La futura mamma è appunto la moglie del carcerato, Maria Riccardo.

procreazione-assistitaCome già detto, Armando Libergolis è ritenuto tra gli esponenti di spicco del “clan dei Montanari”, una famiglia mafiosa legata alla Sacra Corona Unita e presente soprattutto nella provincia di Foggia. Libergolis è in carcere da molti anni. Tra il 1998 e il 2001 aveva scontato la pena in diversi istituti penitenziari della penisola. Nel 2003 era stato però raggiunto da un’altra ordinanza di custodia cautelare, frutto di un’indagine storica, iniziata nel 1999 e terminata con il processo Iscaro-Saburo. Accusato di aver fatto parte di un’associazione mafiosa armata e dedita anche al narcotraffico, doveva difendersi, tra l’altro, dall’accusa che lo riteneva responsabile di diversi omicidi, il primo commesso nel 1978. In appello era stato però assolto dall’accusa di omicidio ed era stato condannato per gli altri capi d’accusa. Da allora l’imputato aveva trascorso la sua vita in carcere ma la reclusione non è bastata ad impedirgli di diventare padre e adesso attende la nascita del suo erede. “Il 41 bis è una forma di deprivazione applicata a persone che sono già private della libertà personale – afferma il professor Luca Ripoli, l’avvocato che assiste il futuro papà – A mio giudizio è una tortura e sono felice di aver conquistato una vittoria che riconosce il diritto alla paternità.

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