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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 21/07/2014  -  stampato il 10/12/2016


Parma, il processo per la sommossa in carcere parte con 14 anni di ritardo

Ci sono notizie, come quella pubblicata oggi dalla “Gazzetta di Parma”, che racchiudono in sé l’essenza stessa di due dei mali più gravi della giustizia italiana: come quella che ci informa che il prossimo 30 settembre. partirà, dopo 14 anni dai fatti, il processo di primo grado per la rivolta nel carcere di Parma in via Burla del 2000. Una cosa che riassume i problemi del sistema penitenziario italiano e la lentezza dei processi penali. Erano le 11 del 15 gennaio 2000, quando scoppia la rivolta in via Burla. Una sommossa che fa accendere i riflettori di tv e giornali nazionali.

Era da poco terminata l’ora d’aria, quando un agente venne aggredito e chiuso in una cella. Poi comincia l’assedio: sei ore ad altissima tensione, fino a quando l’allora procuratore Giovanni Panebianco annunciò: “Abbiamo accolto le loro richieste di trasferimento”. E ora, a quattordici anni di distanza, la rivolta di via Burla entra in un’aula di giustizia. Un tempo infinito, dovuto soprattutto a problemi legati alla competenza del caso: la vicenda, infatti, rimasta a Parma per alcuni anni, è poi stata trasferita alla Dda di Bologna, visto che il reato principale è sequestro di persona a scopo d’estorsione aggravato.

Il rinvio a giudizio del Gup Bruno Giangiacomo del tribunale di Bologna risale al giugno 2013, e la prima udienza era stata fissata per lo scorso gennaio, ma problemi di notifiche agli imputati hanno fatto slittare ulteriormente il “vero” inizio del processo al prossimo autunno. Il magistrato della Dda, Marco Mescolini, ha delegato il pm della procura di Parma, Emanuela Podda. “Sei gli imputati che dovranno comparire davanti alla Corte – scrive il cronista della “Gazzetta di Parma” – a partire da Roberto Caruso, catanese, ritenuto il leader della rivolta. Oltre a lui, Matteo Clemente, milanese, Cosimo Faniello, salernitano, il tunisino Yassine Ben Mlik, il cileno Ruben Roberto Ruiz Tudela e il bosniaco Nedzib Zekovic. Stralciata, invece, la posizione di Angelo Piciullo. Tutti sono accusati di concorso in sequestro di persona a scopo d’estorsione. Caruso, Clemente, Faniello e Zekovic devono però anche rispondere di concorso in rapina. Quella mattina, infatti, l’agente Domenico Gallicchio sta accompagnando Clemente e Caruso dalla cella 9 alla 23, quella di Zekovic e Faniello.” “E proprio mentre sta per aprire – si legge sempre nel pezzo – il poliziotto viene afferrato da dietro, bloccato e preso a calci e pugni. È Caruso, secondo l’accusa, che gli ruba le chiavi, grazie anche a Faniello e Zekovic che lo tengono fermo dall’interno della cella. L’agente viene poi chiuso dentro, mentre il gruppetto comincia ad aprire le altre celle della sezione 3 A. L’ingresso viene sbarrato con brande e letti a castello.” I rivoltosi esigono certezze: un gruppo di duri, alcuni dei quali spostati da altre carceri da cui avevano tentato la fuga. Sul piatto la richiesta di essere trasferiti in altre strutture, prima di tutto. Ma anche quella di poter telefonare. Secondo l’accusa, furono Caruso e Faniello a curare la trattativa con i dirigenti dell’amministrazione penitenziaria. Ottengono subito di fare alcune chiamate. Ma hanno anche la garanzia di poter lasciare via Burla, “tanto che il Provveditore regionale – si legge nel capo d’imputazione – fece predisporre i provvedimenti, mostrati successivamente ai detenuti, a conferma dell’accoglimento delle loro condizioni

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