www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/09/2014  -  stampato il 10/12/2016


Dap: appalti truccati con il bianchetto

Una passata di bianchetto può cancellare trent’anni di imbrogli? Probabilmente no. Però è stata sicuramente utile quando c’era da truccare, grossolanamente, le gare d’appalto per la gestione dei servizi  della Polizia Penitenziaria e del Dap (dipartimento dell’amministrazione penitenziaria).

Anni di silenzi colpevoli. Anni di favori omertosi. Anni di dirigenti potenti convinti di restare impuniti. Ma non si può, però, pensare di farla franca vita natural durante. La notizia è ormai trapelata e sta facendo scalpore: Claudia Greco, la donna che per  oltre trent’anni ha ricoperto il ruolo di direttrice del centro amministrativo Giuseppe Altavista è indagata per associazione a delinquere e turbativa d’asta. L’Altavista è il polo amministrativo-contabile del Dap. Si occupa sostanzialmente di provvedere alla gestione amministrativa del personale di Polizia Penitenziaria in servizio a Roma, alla fornitura di beni e servizi e alla manutenzione degli immobili del Dipartimento.  Un luogo, questo centro, dove neanche a dirlo, girano parecchi soldi.

Ma facciamo un passo indietro. Nel settembre del 2011, l’allora ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma, evidentemente insospettito su come il denaro pubblico venisse speso nel Centro Altavista, decise di vederci chiaro ed ordinò un’ispezione negli uffici dello staff della Greco.

Quello che venne scoperto fu sconcertante: dei documenti relativi alle gare d’appalto, nonché della loro assegnazione, non esistevano gli originali. Solo fotocopie. E, cosa gravissima e insolita, manomissioni. Le più evidenti erano le cancellature con il bianchetto, falsi grossolani su documenti ufficiali per favorire le società “amiche”. Una tecnica infantile, scolastica, usata per cancellare la verità o per utilizzarla ai propri fini. Una cornice che ricorda un po’ le malefatte del corrotto direttore del carcere, Norton,  nel film “Le ali della libertà”, che coinvolgeva con la forza il detenuto (innocente) Dufresne, nelle sue pratiche illecite.

Gli imbrogli, che ora vedono indagata la dirigente del Dap, riguarderebbero (il condizionale è d’obbligo visto che ancora non vi è stata condanna)  gare d’appalto al di sotto del milione di euro. Cioé le meno soggette a controlli. Possibile che in trent’anni di direzione della Greco non siano mai state fatte altre verifiche? Eppure, di soldi ne giravano molti.

Le ipotesi di reato per Claudia Greco (che significativamente si è avvalsa della facoltà di non rispondere, sottraendosi così alle domande del Pubblico Ministero)  sono, come si è detto, pesanti come macigni: associazione per delinquere e turbativa d’asta.

Già nel giugno del 2012, il generale Enrico Ragosa, fino a pochi mesi prima direttore generale risorse materiali, beni e servizi del Dipartimento amministrazione penitenziaria, fu iscritto nel registro degli indagati per peculato, truffa e abuso d’ufficio. Avrebbe usato le risorse del Dap, gestite insieme con la direzione del centro Giuseppe Altavista a capo della Greco, come fossero le proprie: auto di servizio, autisti come maggiordomi, tutti impegnati nei suoi affari personali, ma pagati dallo Stato.

Un generale sperpero di denaro pubblico che sarebbe potuto e dovuto servire per migliorare i servizi penitenziari. Neppure servirebbe ribadire il vergognoso stato in cui versano le carceri italiane. Sovraffollamento,  condizioni medico-sanitarie ai limiti della decenza e suicidi quasi all’ordine del giorno. E per questi motivi, il nostro Paese è stato più volte condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per “trattamento inumano e degradante dei detenuti”.

D’altronde, delle carceri, si parla poco. Ogni tanto una fiammata legata all’attualità di un fatto specifico, poi il silenzio.  Troppo spesso i carcerati sono di oggetto di feroci pregiudizi. Questo perché costringono al confronto con aspetti della vita che, ipocritamente,  è più facile ignorare: l’errore, la colpa, la violenza, l’espiazione, il male. Ma i detenuti sono anche esseri umani e questo, con troppa frequenza, lo si dimentica.

Esiste una soluzione? Trovarla è indiscutibilmente compito di un Governo che quotidianamente si riempie la bocca di obiettivi a breve, medio e lungo periodo. Di sicuro deve essere un monito ciò che è avvenuto in questi anni al Centro Giuseppe Altavista. Un monito che deve servire allo Stato per preservare se stesso e le proprie risorse, evitando che queste vengano sperperate o utilizzate per interessi privati.

Non può essere una riga di bianchetto a cancellare diritti e risorse destinate ai detenuti. Già da troppo tempo considerati cittadini di serie b.

 

fonte: l'ultimaribattuta.it