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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 15/09/2014  -  stampato il 11/12/2016


Negli ultimi 3 anni 30 suicidi tra gli agenti di Polizia Penitenziaria. Il Sappe: “Colpa dello stress”

Trenta agenti di Polizia Penitenziaria si sono suicidati negli ultimi tre anni: otto di loro hanno compiuto il gesto estremo solo nel 2014. A denunciarlo è il Sappe, il sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria, secondo cui tra gli agenti i livelli di stress e depressione toccano talvolta livelli altissimi. L’ultimo caso si è verificato giovedì a Saluzzo, in provincia di Cuneo, dove un assistente capo del carcere Morandi si è sparato alla testa con la pistola di ordinanza, una “Beretta automatica 92 Sb” calibro 9. È morto un’ora e mezza dopo il ricovero urgente all’ospedale Santa Croce di Cuneo.

 

Il Sappe: “Poliziotti penitenziari abbandonati dallo stato”

Quest’ultimo suicidio ha riacceso le polemiche sulle condizioni di lavoro degli agenti e sullo stress. A denunciare una situazione in molti casi insostenibile è stato il segretario del Sappe Donato Capece, che parla apertamente di “stato di abbandono in cui è lasciato il corpo di Polizia Penitenziaria”, aggiungendo: “Siamo sotto organico di circa ottomila agenti e se uno sbaglia non glielo perdonano. Eppure riusciamo ancora a salvare la vita a tanti detenuti disperati. Intanto l’amministrazione sta a guardare: nessun punto di ascolto è stato attivato, nessuna azione concreta per aiutare gli agenti”.

 

Ristretti Orizzonti: “necessario “introdurre attività che non siano di pura custodia”

A confermare che i livelli di stress sono elevatissimi e che la prevenzione è possibile è Diego Di Leo, interpellato da Redattore Sociale: “Il burnout è un fenomeno frequente, che sfocia spesso in esaurimento emozionale, perdita di significato del proprio lavoro, disinvestimento. Ma molti interventi preventivi sono possibili: una valutazione attenta degli accadimenti più recenti dovrebbe poter permettere la messa a punto di contromisure per arginare il fenomeno”. Secondo Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, è necessario “introdurre attività che non siano di pura custodia” al fine di migliorare la qualità del lavoro. Un altro problema sarebbe rappresentato dalla mancata nomina del nuovo capo del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: “Non c’è nessuno che si senta responsabile”, afferma Favero.

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