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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 21/09/2014  -  stampato il 04/12/2016


Servizi segreti nelle carceri: il protocollo farfalla nelle dichiarazioni di Tamburino e Ardita

C’è il verbale dell’ex capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria Giovanni Tamburino, e quello super riservato del pentito Sergio Flamia, le intercettazioni in carcere di Totò Riina eAlberto Lorusso e la deposizione in aula dell’ex dirigente Dap Sebastiano Ardita. Tutti elementi raccolti nell’ambito dell’indagine sulla Trattativa Stato – mafia, e che adesso vanno a comporre un nuovo fascicolo: la procura di Palermo ha infatti un’inchiesta sul cosiddetto Protocollo Farfalla, l’accordo segreto stipulato tra i servizi segreti e l’amministrazione penitenziaria per gestire il flusso d’informazioni proveniente dai penitenziari di massima sicurezza.

Nel 2004, quando a capo del Sisde c’era Mario Mori e ai vertici del Dap sedeva Gianni Tinebra, gli 007 avrebbero siglato un vero e proprio patto scritto coi vertici del Dap, per avere accesso esclusivo ai detenuti in regime di 41 bis. Rapporti borderline tra le barbe finte dell’intelligence e le carceri italiane, che sarebbero continuati anche dopo il 2007, quando, come documentato anche dalla Commissione Parlamentare Antimafia, vengono emanate nuove norme per meglio regolamentare quanto previsto dal Protocollo Farfalla. Il primo a farne cenno in un’aula di tribunale era stato il pmSebastiano Ardita, deponendo come teste al processo di primo grado per la mancata cattura diBernardo Provenzano. Ora sull’argomento è tornato anche Giovanni Tamburino, a capo del Dap fino al maggio scorso. Sentito dai pm Roberto Tartaglia, Nino Di Matteo e Vittorio Teresi, Tamburino ha raccontato di “non potere escludere” l’esistenza del protocollo, aggiungendo anche di aver ricevuto da parte dei servizi segreti la richiesta d’informazioni dettagliate su “due o tre detenuti”. Uno di questi è Rosario Pio Cattafi, il boss di Barcellona Pozza di Gotto, che qualcuno chiamava “Sariddu dei Servizi Segreti”, e autore di alcune dichiarazioni davanti ai pm inerenti all’inchiesta sul patto segreto tra mafia e istituzioni.

Agli atti dell’inchiesta ci sono però anche i verbali di Sergio Flamia, il pentito di Bagheria, autore a fine 2013 di alcune dichiarazioni che alleggeriscono la credibilità di Luigi Ilardo, il boss che nel 1995 voleva portare i carabinieri nel casale di Mezzojuso dove si nascondeva Provenzano, poi assassinato poco prima di diventare formalmente un collaboratore di giustizia. Flamia, prima di mettere a verbale le dichiarazioni che screditano Ilardo, era stato intercettato mentre ripercorreva le fasi di una sua presunta collaborazione con i Servizi. È per questo che i pm sospettano un’infiltrazione dell’intelligence per manipolare le dichiarazioni di Flamia: il pentito bagherese, in alcuni verbali top secret, ha raccontato di aver ricevuto in carcere visite di alcuni agenti dei servizi anche dopo l’inizio della sua collaborazione coi magistrati.

Dichiarazioni che saranno tutte depositate al processo d’appello contro Mario Mori e Mauro Obinu per la mancata cattura di Provenzano il prossimo 26 settembre, quando il procuratore generale Roberto Scarpinato chiederà la riapertura della fase dibattimentale. Il fascicolo aperto dalla procura raccoglie anche le intercettazioni carpite nell’ora d’aria in carcere a Totò Riina e Alberto Lorusso. Il 9 settembre 2013, le microspie della Dia registrano il detenuto pugliese, sempre informatissimo su argomenti di cronaca giudiziaria, mentre tira fuori l’argomento Protocollo Farfalla. “C’è uno scontro – dice – una guerra tra la Procura ed i servizi segreti e c’è questo, Protocollo Farfalla, una cosa segreta, per fare in modo che non escono le notizie perché vanno alla Procura. L’ha detto questo Alfano un mese fa quando affacciò alla televisione: il protocollo farfalla, quando si parlava dell’agenda rossa”. Riina, risponde subito criptico.

“I servizi segreti hanno spalle, ovunque, ne hanno avuto assai i servizi segreti informazioni. Perciò questo colloquio quando diciamo che lo facciamo… quando lo possiamo fare”. Ed è sempre Lorusso che in un’altra occasione informa il capo dei capi di come alcuni pm della procura di Palermo avessero intenzione di presenziare in aula durante il processo sulla Trattativa per manifestare solidarietà al collega Di Matteo, condannato a morte da Riina. Un’informazione che era contenuta solo nella mailing list dei pm, tra l’altro mai messa in pratica: come fa dunque Lorusso, detenuto al 41 bis, a conoscere le e-mail riservate della procura? Quando i pm lo vanno a interrogare in carcere, chiedendogli di suoi possibili contatti con agenti dei servizi, l’uomo cimice risponderà serafico con un’alzata di spalle: “È inutile parlare di queste cose”.

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