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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 02/10/2014  -  stampato il 04/12/2016


Boss mafiosi in videoconferenza con il Quirinale: vogliono ascoltare la deposizione di Napolitano

Processo Stato-mafia nel vivo. Il capo dello Stato Giorgio Napolitano deporrà sulla trattativa il 28 ottobre prossimo. Lo ha reso noto al termine dell’udienza di oggi il presidente della Corte d’Assise che ha comunicato di aver ricevuto di avere ricevuto una lettera dal Capo dello stato che ha confermato la disponibilità a testimoniare. 
Alla scorsa udienza la corte d’assise respingendo le richieste dei difensori di alcuni imputati, che avevano chiesto la revoca dell’ordinanza che ammetteva la deposizione di Napolitano, ha ribadito la necessità che il capo dello Stato testimoni al processo i fatti specifici già indicato nei mesi scorsi dai giudici. Secondo la corte, infatti, la lettera con cui Napolitano faceva presente di non avere circostante da riferire su quanto sollecitato dalla procura non rende, comunque, inutile la deposizione.

I capimafia Totò Riina e Leoluca Bagarella, intervenendo in videoconferenza al processo sulla trattativa Stato-mafia, hanno espresso la volontà di partecipare, sempre in video-collegamento, all’udienza del 28 ottobre, fissata, al Quirinale, per la deposizione del Capo dello Stato Giorgio Napolitano. L’Avvocatura dello Stato si è opposta. La Corte si è riservata di decidere.

«Nel 1994 Matteo Messina Denaro ci disse di votare Forza Italia perché era il partito che più ci garantiva». Lo ha detto il pentito Vincenzo Sinacori, ex capomandamento di Mazara del Vallo, deponendo stamani al processo. Il collaboratore di giustizia ha anche raccontato del progetto, poi fallito, del boss Leoluca Bagarella di dare vita a un movimento politico che facesse capo a Cosanostra.

«Un giorno Matteo Messina Denaro mi mostrò un libro con alcuni monumenti. Il progetto era fare attentati fuori dalla Sicilia per colpire beni artistici. Anche Brusca era d’accordo», ha continuato Sinacori. Il collaboratore di giustizia ha aggiunto che il boss Bernardo Provenzano era contrario a fare attentati in Sicilia. Tra i motivi della strategia stragista di cosa nostra c’erano le lamentele dei detenuti al 41 bis che facevano sapere all’esterno delle sevizie subite dalla Polizia Penitenziaria in carcere.

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