www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 26/10/2014  -  stampato il 05/12/2016


Operazione Farfalla iniziņ per monitorare collegamenti tra brigatisti e mafiosi nelle carceri

L'operazione nasce per fare attività d'intelligence nel mondo carcerario, vista la sponda tra criminalità organizzata e eversione rossa. Una contiguità non casuale tra mafiosi e terroristi rossi.

Indiretta, ma strategica: serviva ad alimentare la richiesta di attenuare il regime di carcere duro, il 41 bis per gli esponenti di Cosa nostra. Scatta nel 2002 una campagna di pressione dal mondo carcerario, in prima linea i boss Pietro Aglieri e Leoluca Bagarella.

E il Sisde ci mette sopra occhi e orecchie: spunta così il presunto "protocollo Farfalla" messo ora all'indice dal procuratore generale presso la corte d'appello di Palermo, Roberto Scarpinato, nel processo in secondo grado contro l'ex direttore del Sisde, Mario Mori, accusato della mancata cattura di Bernardo Provenzano.

Domani i legali di Mori, Enzo Musco e Basilio Milio, si opporranno alla richiesta della procura generale di rinnovare il dibattimento. Al Copasir, peraltro, ci sono una serie di audizioni: già sentiti, tra gli altri, i ministri dell'epoca, Beppe Pisanu (Interno) e Roberto Castelli (Giustizia), la settimana prossima sarà la volta dell'ex direttore del Dap, Giovanni Tinebra, e dell'ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro. Mori, invece, non andrà al Copasir perché "la mia intenzione - ha spiegato - è parlarne in quel processo e non voglio anticipare le mie mosse in un'altra sede".

Occorre a questo punto fissare qualche punto fermo su una vicenda apparsa fin troppo ambigua. Intanto, quello "Farfalla" non è un protocollo - che infatti non c'è - ma una serie di attività d'intelligence: la dicitura agli atti disponibili è "operazione Farfalla".

Ma perché "Farfalla"? Semplice: il Sisde riprende il nome dell'associazione "Papillon", che si propone di migliorare la vita dei carcerati, fondata alla fine del 1993 da Antonino Vittorini, militante delle Brigate Rosse, condannato all'ergastolo per il rapimento del generale Dozier e detenuto nel carcere romano di Rebibbia.

All'epoca il servizio segreto civile nota che "Papillon", così come gli avvocati Caterina Calia e Fabrizio Cardinali - legali storici dell'eversione rossa - sono in contatto, per esempio, con Salvatore Madonia, mafioso condannato all'ergastolo; con Sebastiano Mazzei, clan dei corleonesi; e Antonino Marchese, altro esponente di Cosa nostra, ergastolano.

La Calia, accerta l'intelligence, riceve mandato difensivo per ottenere la revoca del 41 bis, tra gli altri, da Francesco Schiavone, il capo dei casalesi, e Giuseppe Guttadauro, reggente del mandamento mafioso di Brancaccio.

Il 23 agosto 2002 al carcere di Novara nella corrispondenza di Andrea Gangitano, uomo d'onore di Mazara del Vallo detenuto in regime di 41 bis, fu trovato un volantino di "Papillon Rebibbia Onlus" inviato da Giovanni Bastone, mafioso che scontava la pena nell'istituto penitenziario di Viterbo. Tutta materia ghiotta, in teoria, per il Sisde.

Ma anche regolata dalla legge (n. 410/1991) che attribuiva ai servizi segreti l'obbligo "di svolgere attività informativa e di sicurezza da ogni pericolo o forma di eversione dei gruppi criminali organizzati".

Così nasce l'intesa tra il servizio civile e il Dap per fare attività d'intelligence attorno al mondo carcerario: visto lo scenario di una sponda reciproca, in una sintesi inedita, tra eversione rossa ed esponenti della criminalità organizzata, tutti in rivolta contro il carcere duro.

Il sottosegretario Marco Minniti, così come l'ambasciatore Giampiero Massolo (Dis), hanno assicurato al Copasir che all'epoca gli agenti comunque non sono mai entrati in carcere. Hanno agito negli ambienti, come le famiglie, vicini ai mafiosi in carcere non pentiti.

E in realtà, alla fine, l'operazione "Farfalla" non porta poi risultati così straordinari in termini informativi. Ma sull'accusa di illegalità di questa operazione resta tutta in gioco la sfida al processo di Palermo.

Il Sole 24 Ore