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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/12/2014  -  stampato il 02/12/2016


Ex Capo DAP Tamburino: sovraffollamento risolto, ho inaugurato sei carceri

È rimasto per nove mesi in una terra di nessuno: né confermato, né sostituito al vertice del Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. La sua ibernazione è finita la sera del 1 dicembre, quando il Consiglio dei ministri del governo Renzi ha finalmente deciso il sostituto di Giovanni Tamburino, che dal febbraio 2012 ha diretto le carceri italiane.

"Auguro buon lavoro al mio successore, Santi Consolo, un magistrato esperto in materia penitenziaria che sono convinto proseguirà ciò che abbiamo realizzato in questi due anni".

Dottor Tamburino, avete dovuto fare i conti con l'affollamento delle carceri.

Sì. La sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell'uomo, nel gennaio 2013, ci ha imposto di risolvere il sovraffollamento entro il 2014. Lo abbiamo fatto: nessun detenuto oggi ha meno di 3 metri quadrati di spazio. Lo abbiamo fatto perché uno Stato di diritto non può accettare una detenzione in condizioni degradanti. E perché altrimenti lo Stato avrebbe dovuto pagare risarcimenti milionari ai detenuti.

Il problema è stato risolto facendoli uscire di cella...

L'indulto del 2006 aveva ridotto la popolazione carceraria da 61 mila a 39 mila persone. Sono usciti in 22 mila. Una misura per nulla efficace: in un anno, ben 4 mila erano già rientrati in cella; e tre anni dopo, nel 2009, eravamo tornati al punto di partenza: superata di nuovo la soglia dei 61 mila, con un picco di 68 mila nel 2010. Da quell'anno comincia invece una lenta decrescita, fino a oggi: 54 mila, su 47-49 mila posti disponibili (l'oscillazione dipende dalle ristrutturazioni in corso).

Che cosa ha determinato il calo, dopo il fallimento del mega-indulto?

La legge Severino ha bloccato le cosiddette "porte girevoli", cioè gli ingressi in carcere per pochi giorni per migliaia di arrestati in flagranza di reato: ora restano nelle strutture di polizia fino al processo per direttissima. Poi la misura determinante è stata l'aumento della "liberazione anticipata", ossia lo sconto di pena di 75 giorni (prima erano 45) ogni sei mesi passati in carcere.

Uno sconto che però non rafforza certo la certezza della pena...

È una misura che può non piacere, lo capisco. Ma intanto non è indiscriminata e automatica, come un indulto, bensì decisa caso per caso dal magistrato di sorveglianza. È distribuita nel tempo, dunque le uscite sono più facilmente assorbibili dalla società. E poi era l'unica strada da percorrere in tempi rapidi per evitare le sanzioni della Corte europea.

Si potrebbero costruire più carceri...

Sì, lo si deve fare. Ma ci vogliono tempi più lunghi. Dal 2012 a oggi abbiamo ricavato 3 mila posti in più. Ho inaugurato sei nuovi istituti. E c'è in corso un piano per arrivare a creare 11 mila posti in più. Del resto, la nostra normativa ci penalizza in rapporto all'Europa.

Perché?

Perché gli standard europei prevedono 7 metri quadrati per un detenuto più 4 metri a testa per ogni persona in più in cella. In Italia gli standard sono più alti: impongono 9 metri più 5. Eppure ce l'abbiamo fatta: aumentando i posti e diminuendo i detenuti.

All'Italia resta il record dei detenuti in attesa di giudizio?

No. Questa è una distorsione statistica. Noi chiamiamo detenuti in attesa di giudizio tutti coloro che non hanno ancora ottenuto una sentenza definitiva in Cassazione: così sono il 29 per cento della popolazione carceraria, quasi uno su tre. Ma per comparare le cifre con i dati degli altri Paesi, dovremmo contare soltanto i detenuti in attesa di primo giudizio: in Italia sono il 15,9 per cento, non molto più che in Francia e in Germania e in linea con la media europea.

Bilancio dei suoi due anni e tre mesi al Dap?

Abbiamo risolto il problema dell'affollamento. Avviato la costruzione di nuove carceri. Trasformato le modalità della detenzione e avviato il processo di rinnovamento dell'amministrazione. Entro l'aprile 2015 chiuderemo gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e gli internati saranno affidati a strutture sanitarie (Rems) e non penitenziarie.

Avrei voluto fare di più, in particolare sul lavoro per i detenuti: non siamo favoriti dalla legge che impone retribuzioni troppo alte (almeno due terzi di quelle esterne). L'innovazione è necessaria ed esige la continuità con le trasformazioni avviate. Ma sono certo che il mio successore continuerà il lavoro.

Il Fatto Quotidiano