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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 11/12/2014  -  stampato il 08/12/2016


Sebastiano Ardita: Nicoḷ Amato era pronto per cinquemila detenuti al 41-bis, poi fu fermato

Nell'estate del 1992, subito dopo le stragi mafiose di Capaci e via D'Amelio, l'allora direttore del Dap Niccolò Amato "propose di applicare il carcere duro del 41 bis, in un unico istituto penitenziario, ai detenuti per fatti di mafia. Con questa proposta voleva applicare il carcere duro a più di 5.000 detenuti".

Lo ha detto deponendo al processo per la trattativa tra Stato e mafia il Procuratore aggiunto di Messina Sebastiano Ardita, che dal 2002 al 2011 era a capo dell'Ufficio detenuti al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. "La prima applicazione del 41 bis fu tra il luglio e l'agosto del '92 - spiega Ardita rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo - e riguardò più di cinquecento detenuti. I provvedimenti firmati dall'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli. A settembre del '92 il ministro della Giustizia fece un atto che rimase un unicum nella vicende successive, cioè diede potere al Dipartimento di potere emettere direttamente il 41 bis. Così a settembre, su delega del ministro, sono stati emesse altre 500 applicazioni di 41 bis. Le prime applicazioni riuguardarono oltre mille detenuti 41 bis e duravono un anno. Il regime del 41 bis venne stabilizzato solo nel 2002, prima era solo provvisorio".

Poi Ardita ricorda che nel 2002, subito dopo il suo insediamento all'Ufficio detenuti al Dap, ricevette la richiesta del pm di Firenze Gabriele Chelazzi, di "consultare l'archivio degli uffici per cercare la documentazione relativa alla prima applicazione del 41 bis - racconta il magistrato - e io misi a disposizione l'ufficio". "C'erano tutti gli atti, dal primo provvedimento alla mancata proroga", spiega Ardita. "Nel novembre 1993 abbiamo riscontrato molte anomalie nelle fasi del procedimento che portò al mancato rinnovo del carcere duro, il 41 bis, per 334 detenuti"

Per l'accusa il trattamento del 41 bis dei detenuti oer fatti di mafia sarebbe stato proprio al centro della trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. "L'istruttoria del Dap per il mancato rinnovo dei 41 bis a novembre 1993 - ha detto Ardita - fu avviata solo il 29 ottobre precedente, un tempo troppo stretto per procedere in tempo". E ha ribadito ancora che "nel 1992 il direttore del Dap di allora, Nicolò Amato aveva proposto, tra settembre e novembre 1992, al ministero della Giustizia di applicare il 41 bis a tutti i detenuti per mafia. Sarebbero stati così circa cinquemila i detenuti al 41 bis, ma la sua proposta fu bocciata".

Nel 1993 il ministro della Giustizia di allora, Giovanni Conso, nominò al Dap Adalberto Capriotti e come vice direttore Francesco Di Maggio. E nel novembre non furono rinnovati 334 provvedimenti di 41 bis. "Tutto questo era già negli atti che aveva analizzato  Chelazzi - ha detto ancora Ardita - La cartina tornasole per capire se quelle revoche andavano fatte emerge da un dato storico e cioè dal numero dei detenuti che tornarono al 41 bis dopo il mancato rinnovo. Sono oltre 50 quelli che hanno visto riapplicato il regime speciale, anche in epoca molto successiva al 1993".

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