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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 12/12/2014  -  stampato il 05/12/2016


Assolte in secondo grado la psicologa e la psichiatra del carcere per il suicidio di un detenuto a San Vittore

Innocenti tutte e due. Nessun colpevole per il suicidio in cella del giovaneLuca Campanale, detenuto a San Vittore ma con gravi problemi psichici. La psicologa Roberta De Simone, che in primo grado era stata condannata a otto mesi di reclusione per omicidio colposo, ieri è stata assolta dalla corte d’appello. Confermata anche l’assoluzione già ottenuta in primo grado dalla psichiatra Maria Marasco, come De Simone all’epoca dei fatti in servizio presso la casa circondariale di piazza Filangieri. Per il pm Silvia Perrucci, che sostenne l’accusa nel primo processo, le due professioniste non avrebbero fatto nulla per scongiurare il gesto disperato di quel ragazzo da curare. Però il sostituto procuratore generale Gianni Griguolo, che ha rappresentava l’accusa in appello, aveva chiesto l’assoluzione di entrambe le imputate. E i giudici della corte - presidente Antonio Nova - gli hanno dato ragione, ritenendo evidentemente che la tragedia non poteva essere evitata. Quella inflitta a suo tempo alla psicologa - e ora cancellata - era stata la prima condanna di un tribunale per un caso di suicidio dietro le sbarre. E pure il ministero della Giustizia era stato condannato a un risarcimento di 500 mila euro alla famiglia di Luca.

Per il pm Perrucci, Marasco e De Simone nell’estate 2009 non si sarebbero rese conto che Campanale, 28 anni, rinchiuso nella cella 112 per uno scippo, era un soggetto ad alto rischio. E così avrebbero colposamente omesso i controlli dovuti, lasciando il giovane al suo destino di morte. Per il tribunale, però, la colpa non poteva essere divisa equamente, poiché la psichiatra (che fu assolta) aveva visitato il giovane una sola volta.

Il suicidio del ragazzo avvenne ne il 12 agosto di cinque anni fa. Luca era stato trasferito a San Vittore a fine luglio dal penitenziario di Pavia, e la sua cartella clinica segnalava un “ben evidente quadro psicotico persecutorio” con nove atti di autolesionismo o tentativi di suicidio in quattro mesi. Avrebbe dovuto dunque essere ricoverato nel reparto psichiatrico del carcere, ma a causa del sovraffollamento venne invece tenuto in una cella normale e considerato “a medio rischio”, quindi non con una sorveglianza a vista. Da mesi il suo avvocato ne aveva chiesto senza successo “l’immediato ricovero presso idonea struttura sanitaria”. Luca venne trovato impiccato nel bagno della sua cella. «L’ultima volta che lo vidi - raccontò suo padre Michele al nostro giornale - fu poche ore prima che si uccidesse. “Stasera vengo a casa, papà”, poi abbracciò me e mia moglie che non capivamo».

Il tribunale, nelle motivazioni della condanna a De Simone, aveva elencato altri possibili responsabili di una «gestione del detenuto Campanale Luca» che, a parere del giudice Fabio Roia, era stata «realizzata dall’Amministrazione penitenziaria con un approccio burocratico e gravemente negligente». In attesa delle motivazioni della corte d’appello, la morte di Luca sembra tornare ad essere invece una semplice fatalità.

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