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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 14/01/2015  -  stampato il 08/12/2016


Mostra il tesserino in maniera "fugace": giudice non riconosce la resistenza a pubblico ufficiale

Alcune questioni dentro a una discoteca del bolognese con altri giovani un sabato sera, una piccola lite, i buttafuori che decidono di accompagnarlo alla porta. È l’inizio della curiosa (e spiacevole) vicenda che ha visto protagonista, poco prima di Natale, S.B, un giovane di 27 anni di origini kossovare residente a Ro Ferrarese imputato davanti al Tribunale di Bologna – e poi assolto – del reato di resistenza a pubblico ufficiale.

Mentre chiedeva spiegazioni per la decisione presa ai buttafuori, all’esterno del locale, ecco avvicinarsi un uomo che si presenta come un agente di Polizia Penitenziaria in borghese a chiedergli i documenti. Il ragazzo si mostra collaborativo ma – secondo la ricostruzione del giovane – chiede prima di poter vedere il distintivo o il tesserino, cosa che pare sia avvenuta ma in maniera molto fugace, tanto che il ragazzo non acquisisce maggiore fiducia e tenta di chiamare un paio di volte il 112. Dopo 15 minuti di tira e molla il giovane decide di allontanarsi per andare a bere dell’acqua dirigendosi verso l’ingresso della discoteca, mentre il poliziotto gli intima di rimanere dov’è.

Nasce così una colluttazione durante la quale l’agente afferma di aver ricevuto uno spintone (da cui nasce l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale), e il ragazzo viene braccato e ammanettato. Si arriva al processo per direttissima – con il ragazzo che rimane per un giorno in camera di sicurezza – dove gli viene assegnato un difensore d’ufficio che chiede la messa alla prova, ovvero la sospensione del processo e l’assegnazione a lavori di pubblica utilità (possibile solo per alcuni reati), dopo i quali, se tutto va bene, il processo non si effettua e il reato viene dichiarato estinto. Il ragazzo però – al quale, nel frattempo, era stata commisurata la misura cautelare dell’obbligo di firma – si rivolge a un avvocato di Ferrara, Pasquale Longobucco, con in mano una prova: durante la discussione con il poliziotto, sentendosi in una posizione di pericolo, ha infatti registrato di nascosto quanto stava accadendo.

Proprio il filmato – nonostante sia stato giudicato non attendibile dal pm (che ha chiesto una pena a sei mesi di reclusione) perché parziale – costituisce la prova principe che porta alla sua assoluzione: da esso si evince che il ragazzo si sia dichiarato disponibile a fornire i documenti, non prima però di aver visto il tesserino dell’agente (che, sentito nel corso del processo, ha fornito una versione con alcuni elementi contrastanti) e il suo comportamento è stato così giudicato legittimo dal punto di vista penale.

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