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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 23/01/2015  -  stampato il 10/12/2016


Trattativa Stato mafia, Amato: se Capriotti non sapeva che ci stava a fare a capo del DAP?

Nicolò Amato è stato direttore del Dap dal 1982 al 1993. Venne rimosso dal suo ruolo proprio nei mesi “caldi” delle bombe e dopo di lui non furono confermati i provvedimenti di 41 bis per diversi mafiosi. Ora Amato ripercorre quell’inquietante periodo, oggetto del processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, in un’intervista ad Affaritaliani.it.

Si è mai fatto un'idea del motivo della sua rimozione dal Dap?

Per molti anni non ne ho avuto alcuna idea. Era però certo che la mia rimozione fosse molto strana. Perché è stata improvvisa, dall’oggi al domani, e perché nessuno mi aveva mai contestato o rimproverato alcunché. Anzi, il ministro Conso mi aveva più volte espresso l’apprezzamento suo e del Dipartimento penitenziario. Dunque mi chiedevo: ma perché, se mi stimano, mi mandano via?

C'è una relazione tra la lettera ricevuta da Scalfaro dai familiari dei detenuti e la sua rimozione?

Questa lettera mi ha aiutato a capire. Anche per il motivo che essa mi è stata tenuta nascosta, nessuno me l’ha mandata, nessuno me ne ha informato e io ne ho avuto conoscenza solo qualche anno fa. Incredibile! Giacché non solo era materia di mia competenza, ma inoltre la mafia mi aveva gravemente minacciato, additandomi come il responsabile della durezza del regime penitenziario che le era riservato, e addirittura chiamandomi «dittatore». La lettera ha così chiuso il cerchio dei documenti e delle testimonianze che avevo faticosamente raccolto. E ora i fatti dimostrano che sono stato mandato via perché rappresentavo un ostacolo insuperabile all’ammorbidimento della politica carceraria che la criminalità organizzata naturalmente voleva. Tanto è vero che, non appena io sono stato rimosso, già pochi giorni dopo, i nuovi capi del Dap hanno cominciato ad ammorbidire sensibilmente la politica carceraria contro la criminalità organizzata, innanzitutto via via limitando l’ambito di applicazione e alleggerendo i contenuti restrittivi del regime del 41 bis (carcere duro). Ed è per questo, ovviamente, che nessuno mi ha detto che dovevo andare via e per quale reale ragione la mia presenza si era fatta ingombrante, poiché, se ne fossi stato informato, sarebbe stato impossibile mandarmi via in quanto la motivazione sarebbe stata del tutto insostenibile. Me ne dovevo, in sostanza, andare via senza sapere perché.

Che ruolo svolse in tutto questo monsignor Curioni?

La cosa stupefacente – di cui io seppi solo anni dopo da una testimonianza resa da don Fabbri, segretario particolare di monsignor Curioni – fu che il presidente Scalfaro, pochi giorni dopo aver ricevuto la lettera, convocò don Curioni e don Fabbri al Quirinale e comunicò ad essi che io dovevo andar via, invitando il primo ad aiutare il ministro Conso nella scelta del mio successore. E da quando conosco questo fatto continuo a chiedermi: ma quale competenza istituzionale aveva il Presidente della Repubblica ad occuparsi del capo del Dap? e perché, se proprio voleva occuparsene, non chiamò il Presidente del consiglio dei ministri o il ministro della giustizia? Sta di fatto che, pochissimo tempo dopo, e precisamente il 4 giugno 1993, il Consiglio dei ministri mi ha sostituito alla direzione del Dap con un provvedimento che non porta una riga di motivazione!

Conso afferma di aver fatto tutto da solo sul 41 bis e di aver preso la decisione in via solitaria. Secondo lei è possibile sia andata davvero così?

É del tutto inverosimile! Il ministro, anche avesse voluto, non sarebbe stato in grado di adottare un numero così consistente di revoche del 41 bis senza il suggerimento o, almeno, la collaborazione del Dap. Evidentemente, il ministro Conso, a cui non poteva sfuggire la stranezza delle revoche, ha voluto generosamente assumersene tutta la responsabilità.

Capriotti sostiene invece che non si occupava del tema e di aver firmato senza leggere. Secondo lei è possibile che una decisione simile sia stata presa senza l'interessamento del Dap?

Se davvero Capriotti non si occupava di un argomento così fondamentale della politica penitenziaria e se ha firmato senza leggere, bisognerebbe chiedergli che cosa ci stesse allora a fare al vertice del Dap.

Nella primavera del 1993 ha mai avuto la sensazione che le normali procedure istituzionali venissero in qualche modo scavalcate e anche i ruoli ribaltati? Mi riferisco alla presenza di Curioni a riunioni riservate, così come al rapporto Capriotti-Di Maggio e ministero della Giustizia-ministero dell'Interno...

Non posso avere conoscenza diretta e sicura di ciò che è successo al Dap dopo il mio allontanamento. A molte domande, pure legittime e che io stesso mi sono posto, non sono quindi in grado di rispondere. Il guaio è che, purtroppo, finora nessuno, che pure indubbiamente conosce la verità, l’ha fatto.

Nella sua recente audizione il presidente Napolitano ha affermato che le istituzioni furono subito a conoscenza che gli attentati dell'estate 1993 erano opera di Cosa Nostra, che desiderava un attenuamento delle misure carcerarie. Perché allora andò tutto esattamente come Cosa Nostra avrebbe voluto?

Già, è questo il punto. Alla fine lo Stato, nel tentativo di evitare altre stragi, ha di fatto, oggettivamente, ceduto sul piano di una risposta carceraria che non è stata più adeguata al pericolo mafioso. E voglio anche ricordare che nel marzo del1993, quindi poco prima di essere rimosso, io proposi al ministro Conso due modifiche legislative: la videoregistrazione dei colloqui dei mafiosi in carcere e la loro partecipazione alle udienze nei processi che li riguardavano, non attraverso la presenza fisica nelle aule, ma attraverso un video-collegamento. Sono due proposte che il ministro Conso ha inspiegabilmente omesso di prendere in considerazione e di farne delle leggi. Queste leggi furono, in effetti, approvate dal Parlamento italiano molti anni dopo. Ma se le mie proposte fossero state accolte tempestivamente, è certo che sarebbe stato inferto un durissimo colpo alla criminalità organizzata e sarebbero stati prevenuti molti dei successivi delitti di mafia.

La Corte non ha ammesso la domanda del legale di Riina a Napolitano sul collegamento fra lo stesso Napolitano e Scalfaro quando fece il discorso ‘non ci sto’, nel quale collegava i servizi segreti alle bombe. Non le chiedo di giudicare la decisione della Corte ma le chiedo se un'eventuale risposta avrebbe potuto essere interessante e perché?

Quando un Presidente della Repubblica, di fronte alla prospettiva di una delicata indagine, dice: «non ci sto» è naturale chiedersi, con qualche inquietudine, che cosa egli realmente voglia dire e desideri. E la risposta, per il bene e la serenità della Repubblica, prima o poi dovrà essere trovata.

Secondo lei si può dire che lo Stato cedette senza condizioni alle richieste di Cosa Nostra o lo fece nell'ambito di quella che viene comunemente definita "trattativa"?

Di fronte alle stragi di mafia lo Stato aveva il dovere della risposta più dura e più inflessibile su tutti i piani. Ma purtroppo non l’ha fatto e bisognerà capire se vi siano responsabilità e di chi siano. E tuttavia, sul piano oggettivo, questo, sia pure parziale, ammorbidimento della risposta, rappresenta il risultato di una trattativa, nel senso che, comunque, si è fatto ciò che si sapeva la mafia volesse. Non so se c’è mai stato un tavolo attorno al quale si sia seduto chi non ci doveva stare. Ma, in definitiva, non era necessario. Già così la macchia sulle nostre istituzioni è intollerabile e non facilmente cancellabile.

affaritaliani.it

 

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