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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 29/01/2015  -  stampato il 07/12/2016


Detenuto suicida nel carcere di Pagliarelli: aveva appena iniziato a collaborare

È uno strano suicidio quello avvenuto oggi nel carcere di Pagliarelli a Palermo. A togliersi la vita è stato Ciro Carrello, 26 anni. Napoletano di origine, ma residente a Bagheria.

Gli agenti lo hanno trovato impiccato con un lenzuolo, nell’infermeria del penitenziario, in cui era detenuto in isolamento. Si indaga per capire se si sia trattato effettivamente di un suicidio.

Qualche tempo dopo essere finito in manette,qualcuno aveva recapitato nella sua cella un paio di bigliettini, nei quali il giovane veniva invitato a “stare sereno” e pensare soltanto ai propri familiari. Un episodio, su cui sta indagando la procura di Palermo.

Carrello era finito in manette lo scorso 19 novembre, nel corso dell’operazione “Eden 2″ dei carabinieri del Ros, che aveva mandato dietro le sbarre sedici presunti affiliati aCosa nostra, di Castelvetrano e Brancaccio: un blitz, volto a fare terra bruciata attorno al super latitante Matteo Messina Denaro.

Da qualche settimana, lo stesso Carrello aveva incominciato a parlare con i magistrati, riempiendo fiumi di verbali e facendo nomi e particolari di rapine, messe a segno per finanziare Cosa nostra. Fra i nomi che aveva fatto c’è quello di Ruggero Battaglia, che, secondo il dichiarante, avrebbe organizzato rapine per conto di tutti i mandamenti mafiosi di Palermo. E non è tutto, perché il ventiseienne avrebbe anche fatto i nomi di altri cinque complici, fino ad ora non toccati dalle indagini.

L’ultima volta in cui il detenuto aveva parlato ai pm risale a ieri sera e non avrebbe mostrato segni di nervosismo o che lasciassero presagire suoi propositi suicidi.

Quello svelato dal giovane sarebbe stato un vero e proprio “gruppo di fuoco”, specializzato in colpi al servizio della mafia. Il gruppo avrebbe fatto capo a Girolamo Bellomo, 37 anni, detto Luca, figlio di Filippo e Rosalia Messina Denaro, nonché cognato di Francesco Guttadauro, ritenuto il capomafia del mandamento di Castelvetrano.  Prima di finire in manette, nel 2013, la guida del gruppo sarebbe stata dello stesso Guttadauro.

Nei confronti di Carrello, l’accusa era di rapina aggravata dall’avere favorito Cosa nostra: fra gli episodi criminali che gli venivano contestati e dei quali stava parlando con il pm Carlo Marzella, molte rapine eseguite dalla banda. Fra queste, anche un colpo, consumato ai danni del deposito di una ditta di spedizioni di Campobello di Mazara riconducibile a una società recentemente sequestrata all’imprenditore Cesare Lupo, arrestato con l’accusa di essere un prestanome dei fratelli Graviano.

Una rapina, che sarebbe stata messa a segno da un commando di otto persone, proprio per compensare le perdite economiche dovute alla confisca della società. I ladri indossavano pettorine della polizia e si sarebbero mossi a bordo di due auto e di un furgone, finiti incendiati immediatamente dopo il colpo. Una volta giunti nel deposito, legarono e immobilizzarono idipendenti, affermando di cercare un carico di droga. Portarono via 600 colli di merce oltre a 17 mila euro in contanti.

Carrello era nipote del pentito Benito Morsicato, ex esponente mafioso di Bagheria. Di recente, di lui aveva parlato il collaboratore di giustizia Salvatore Lo Piparo, già affiliato anch’egli al clan bagherese, che aveva raccontato di una cassaforte con documenti interessanti, tenuta proprio da Carrello. La cassaforte venne poi perquisita, ma al suo interno non c’era nulla.

Gli agenti della Polizia Penitenziaria hanno trovato in cella un bigliettino, che ora è all’esame degli inquirenti. Sul suo corpo è stata disposta l’autopsia.

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