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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 18/03/2015  -  stampato il 07/12/2016


Maxi processo alla ’’ndrangheta non si puņ fare: l’’aula bunker del carcere di Bologna č inagibile

Cercasi aula per il maxi-processo disperatamente. L’inchiesta Aemiliadella Procura sulla presenza dei clan calabresi nella nostra regione ha segnato un punto di svolta sotto molti aspetti. Mai si era vista prima un’indagine di quelle proporzioni in Emilia Romagna, con oltre cento arrestati quali (presunti) affiliati o fiancheggiatori della ’ndrangheta. Mai si era visto un tale coinvolgimento di imprenditori locali, politici, giornalisti, perfino appartenenti alle forze dell’ordine. 

«Nulla sarà più come prima», ha detto il pm della Direzione nazionale antimafia Roberto Pennisi, applicato a Bologna al fianco del pm titolare dell’inchiesta, Marco Mescolini, della Dda bolognese. E aveva ragione. Anche perché l’indagine ha messo in luce un aspetto a dir poco sconcertante della giustizia bolognese. Si tratta di un problema molto serio: né in Tribunale né in Corte d’appello c’è un’aula abbastanza grande in cui celebrare il futuro maxi-processo. Serve infatti uno spazio capace di ospitare oltre trecento persone, fra arrestati e relativi avvocati. E a Palazzo Pizzardi, sede del nuovo Tribunale inaugurato ufficialmente appena tre anni fa, semplicemente non c’è. 

Della spinosa questione è ben consapevole il presidente del Tribunale, Francesco Scutellari: «E’ vero, bisognerà trovare un luogo idoneo per lo svolgimento della futura udienza preliminare – dice –. In Tribunale un’aula abbastanza grande non c’è. Io e il procuratore Roberto Alfonso ci siamo posti il problema e abbiamo già avuto contatti informali con il Comune. L’unica soluzione è trovare una struttura come un cinema, una palestra, un’aula magna, attrezzata però con le necessarie misure di sicurezza. E questo compito spetta al Comune».

I tempi, anche se non strettissimi, non sono nemmeno così lontani. Il pm Mescolini, dopo che il Riesame avrà depositato le motivazioni (una trentina di indagati ha fatto ricorso contro le misure cautelari), chiuderà probabilmente l’inchiesta con gli avvisi di fine indagine, cui seguiranno le richieste di rinvio a giudizio. Sarà questione di qualche mese e si dovrà andare in aula. 

Ma non sarà semplice trovare una struttura adeguata. Non è infatti solo questione di spazio, ma anche, e soprattutto, di sicurezza. Si tratta infatti di persone accusate di criminalità mafiosa e dunque l’aula dovrà avere le gabbie per contenere oltre cento arrestati (gli indagati, in totale, sono più di 200). Poi servirà uno spazio all’esterno capace di accogliere decine di cellulari della Polizia Penitenziaria. E serviranno i percorsi dedicati in cui far passare i detenuti. Un’impresa, appunto, non facile. 

«Il problema sarebbe stato risolto alla radice – continua Scutellari – se avessimo potuto usare l’aula bunker della Dozza. Purtroppo, come noto, è abbandonata e inutilizzabile. In passato si era parlato di un progetto di recupero ed erano stati stanziati i fondi, ma poi tutto si è fermato. Ora perciò non ci resta che aspettare una risposta dal Comune, da noi contattato alcuni giorni fa. Per fortuna abbiamo alcuni mesi di margine. Certo, bisogna pensarci in tempi brevi».

Scutellari negli anni scorsi aveva pesantemente criticato il palazzo del nuovo Tribunale, ritenuto non idoneo sotto il profilo della sicurezza. Ora si aggiunge questo ulteriore problema, che certo non depone a favore di Palazzo Pizzardi e della decisione di trasferire lì gli uffici giudiziari. 

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