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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 23/03/2015  -  stampato il 03/12/2016


Detenuti rifiutano di entrare in cella: 25 sono indagati per interruzione di servizio pubblico

«Chi non ha i soldi per comprare l’acqua è costretto a bere quella del rubinetto, gialla e oleosa». Qualcun altro «fa esami clinici perché sta male ma a volte non riceve l’esito».

L’avvocato di un detenuto di Bancali ha raccolto lo sfogo del suo assistito. Si tratta di uno dei 25 indagati tra i carcerati della settima sezione del nuovo istituto penitenziario di Bancali. Sembrerebbe un paradosso: i detenuti denunciano un malessere e finiscono sotto inchiesta. In realtà a Bancali la scorsa estate è successo qualcosa in più: i reclusi sono stati protagonisti di una sorta di “rivolta” all’interno del carcere che ha costretto tutto il personale di Polizia Penitenziaria in servizio quel giorno a dirottare turni e coperture di sezioni per ripristinare l’ordine e la sicurezza. E la Procura di Sassari alcuni giorni fa ha notificato l’avviso di chiusura delle indagini: l’ipotesi di reato per i 25 carcerati è interruzione di pubblico servizio.

La vicenda risale al 30 luglio del 2014 ma i malumori tra i detenuti sono andati avanti anche negli ultimi mesi a causa di una situazione di “vita carceraria” che a loro dire non rispetterebbe sacrosanti diritti, come quello alla salute tanto per citarne uno. E la scorsa estate queste rimostranze si erano trasformate in fatti: in venticinque si erano rifiutati di rientrare nelle celle «cagionando – scrive il pm nel 415 bis – una interruzione di pubblico servizio». La protesta – come scrissero nei verbali di servizio gli agenti di Polizia Penitenziaria – era nata su iniziativa di sette detenuti che si erano «schierati a muro» davanti al cancello di ingresso della sezione «costringendo a intervenire tutto il personale in servizio nel turno serale, distogliendolo così dagli altri compiti e fermando in questo modo le altre attività». I carcerati, in particolare quelli coinvolti nell’episodio specifico, chiedevano come “contropartita” il rientro in cella di due detenuti che erano stati trasferiti nella terza sezione a regime chiuso, in isolamento per motivi precauzionali.

Ma la verità è un’altra. Dietro quella mobilitazione c’era la voglia di denunciare un clima pesante. Tensioni che erano sfociate – proprio il giorno prima della protesta plateale – in una petizione scritta indirizzata tra gli altri al direttore di Bancali nella quale venivano elencati disservizi, disagi, diritti non garantiti. Una specie di ultimatum nel quale era scritto chiaramente che qualora le richieste fossero state disattese si sarebbero creati disordini nella sezione. Tra le denunce dei detenuti «l’assenza e l’indisponibilità da parte degli educatori in sezione», la «mancanza di riscontri sanitari o informazioni circa l’esito degli esami clinici interni ed esterni» e ancora l’impossibilità di «occupare il suolo del “cortile passeggi” con tappetini per fare attività fisica. Chiedevano, poi, il rispetto del diritto «di effettuare il passeggio nel corridoio della sezione». Lamentavano «l’assenza del lavoro e la riduzione dei fondi e delle mercedi» e reclamavano la «possibilità di effettuare due volte alla settimana la spesa». Rimostranze alle quali gli agenti hanno tentato di dare una spiegazione legittima. Che evidentemente, però, non ha convinto i 25 detenuti finiti sotto indagine e oggi tutelati dagli avvocati Antonio Secci, Luigi Esposito, Marco Manca, Paola Milia, Pietro Diaz e Paolo Spano.

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