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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 09/04/2015  -  stampato il 09/12/2016


Falcone depone al processo "trattativa": contrario alle aree omogenee di detenuti, allontanato perché troppo rigido

"Nel 1990 me ne andai dal Dap perche' non ero d'accordo sulla gestione dei collaboratori. Vennero create delle 'aree omogenee' dove venivano collocati i terroristi dissociati o che si volevano dissociare. Io non mi trovavo d'accordo perche' penso che i collaboratori debbano avere eventualmente benefici giudiziari ma non penitenziari. Vedevo questo come un segnale di ammorbidimento". Lo ha detto il magistrato Giuseppe Falcone, al processo sulla trattativa Stato-mafia, raccontando i contrasti interni al Dipartimento di amministrazione penitenziaria gia' prima del 1993, quando ci fu l'avvicendamento la vertice tra Nicolo' Amato e Adalberto Capriotti. 

"Fino a quando sono stato io al Dap - ha spiegato - nelle aree omogenee c'erano soltanto detenuti per terrorismo e non per mafia. Ero in contrasto con Nicolo' Amato anche sulla riforma che prevedeva la 'smilitarizzazione' degli agenti di custodia. Lui voleva protrarla avanti, io non ero per nulla d'accordo. Il mio rapporto di fiducia con Amato si sfilaccio' negli anni e quindi decisi di andarmene".

"Nel 1993 venni convocato dal ministro della Giustizia Giovanni Conso. Lo trovai molto preoccupato e mi disse che dovevo andare al Dap, subito. Io non volevo tornare, ma il ministro era molto agitato e mi disse: 'Bisogna prendere in mano la situazione'". Cosi' il magistrato Giuseppe Falcone ha raccontato, alla corte d'assise di Palermo davanti alla quale si svolge il processo sulla trattativa Stato-mafia, quei frenetici giorni del giugno 1993 quando Nicolo' Amato e Edoardo Fazioli, capo e vice del Dap, furono sostituiti da Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio. Inizialmente era proprio Falcone ad essere stato individuato come possibile capo o vice del Dap. Gli avvicendamenti al dipartimento di amministrazione penitenziaria avrebbero portato, secondo l'accusa, al mancato rinnovo, il 2 novembre '93, per 334 detenuti, del regime del 41 bis. Punto cruciale, questo, della trattativa tra la mafia e lo Stato per cessare le stragi.   

"A quel punto - ha proseguito Falcone - andai da Fazioli e dissi: 'Eccomi qui'. Lui mi rispose che potevo sedermi al posto suo, ma rifiutai. Appena i sindacati seppero del mio ritorno, cominciarono a chiedermi degli incontri, ma dopo tre giorni fui riconvocato dal ministro. Era sempre piu' agitato. Mi disse che si tornava indietro. Non capii mai il senso di quei miei tre giorni al Dap".

"Dopo seppi - ha spiegato - che a capo del Dap fu nominato Adalberto Capriotti, con lui eravamo molto amici. Mi chiamo' e mi chiese se ero disponibile a fare il suo vice, del resto era lui che doveva decidere, ma poi non se ne fece piu' niente. Mi ricordo che ero in vacanza con mia moglie, lessi sul giornale che Francesco Di Maggio era stato nominato vice al Dap. Chiamai Capriotti che mi disse solo: 'Lasciami stare' e non mi diede nessuna spiegazione. So che Di Maggio non aveva nessuna esperienza, rimasi sorpreso perche' non aveva nemmeno i titoli".    

Falcone ha raccontato anche che qualcuno, che non ricorda chi fosse, gli disse che monsignor Curioni "ebbe un colloquio con il presidente Scalfaro nel quale disse che era meglio evitare la mia nomina perche' ero un tipo troppo rigido".

ANSA