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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 03/05/2015  -  stampato il 11/12/2016


Ancora lontana l’’estradizione di Cesare Battisti, il terrorista che uccise il Maresciallo degli Agenti di Custodia Antonio Santoro

Nonostante ci sia un giudice di Brasilia che ne ha ordinato l'espulsione, il caso di Cesare Battisti sembra ancora lontano da una soluzione definitiva. In un senso o nell'altro. Il giudice, la signora Adverci Mendes, sostiene che, secondo la Costituzione del Brasile, Battisti non può avere la residenza perché ha commesso reati di sangue in Italia e perché entrò nel Paese con un passaporto falso.

Il giudice, è qui sta la forza della sua sentenza, non ne chiede l'estradizione, proibita dal decreto presidenziale di Lula del 2010, ma l'espulsione verso uno dei due Paesi nei quali Battisti è stato residente prima di arrivare in Brasile: Messico o Francia. Decisione che non fa una piega, ma andrà sottoposta ad altri tre gradi di giudizio, Tribunale supremo compreso, cui Battisti per la legge brasiliana ha diritto di appellarsi.

Sembra evidente che alla fine del mandato presidenziale, cinque anni fa, respingendo la richiesta italiana di estradizione, Lula e i suoi consiglieri giuridici hanno combinato un gran pastrocchio, soprattutto per quel passaporto falso, grimaldello rimasto appeso per aria, che ora il giudice utilizza nella sua sentenza. E nello scenario bisogna ricordare che gran parte della magistratura brasiliana non ha mai accettato il modo in cui sì concluse temporaneamente il caso dopo che il Tribunale supremo, massimo organo giuridico del Paese, aveva sentenziato per l'estradizione, lasciando formalmente l'ultima parola al presidente per evitare un conflitto dì poteri.

All'inizio del 2011, grazie al decreto presidenziale, Cesare Battisti ha ottenuto un permesso permanente di residenza in Brasile. Poi ha avuto anche un lavoro, più o meno inventato, presso la sede del sindacato vicino al Pt, il partito di Lula, a San Paolo, Ma ora che il clima è cambiato, c'è aria di vendetta da parte della magistratura. La rete degli "amici" brasiliani dell'ex terrorista ha perso egemonia: Eduardo Suplicy, il senatore che lo aveva protetto e aiutato, ha perso il suo seggio e si è riciclato come assessore ai diritti umani nel governo comunale di San Paolo; Tarso Genro, l'ex ministro di giustizia che gli concesse l'asilo politico, ha perso le elezioni a governatore dello Stato di Porto Alegre; Dilma Rousseff, presidente in carica, disse a suo tempo che se la decisione fosse stata nelle sue mani avrebbe concesso l'estradizione; e, infine, l'ex presidente Lula, con l'esplosione dello scandalo dei fondi neri di Petrobras, l'holding petrolifera, ha ben altro a cui pensare. Intorno alla possibilità che si possa capovolgere un decreto presidenziale in Brasile la discussione è aperta.

C'è chi sostiene che la concessione della residenza discende automaticamente dalla decisione presidenziale e chi, al contrario, che una cosa è la "non estradizione" verso l'Italia e un'altra il diritto a risiedere nel Paese. Così l'ultima battaglia è servita. A risolverla sarà con ogni probabilità il Tribunale supremo. Ma chissà quando.

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