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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 13/07/2015  -  stampato il 02/12/2016


Usava il cellulare di servizio per chiamare maghi e cartomanti: PM se la cava con una censura

L'album di famiglia della magistratura italiana è una miniera strepitosa di storie incredibili. L'ultima ha per protagonista una signora, pubblico ministero a Potenza, che con il cellulare di servizio chiamava compulsivamente maghi, cartomanti e previsioni del lotto.

Forse perché non si fidava troppo della giustizia, di cui pure era alto rappresentante, forse più banalmente perché come tutti era tentata dalla fortuna e cercava, via telefonino, di saperne di più sul proprio futuro. Oggi, dopo dodici anni, l'interminabile vicenda si chiude con la condanna, in sede disciplinare, alla censura. O meglio, le sezioni unite civili della cassazione confermano il precedente verdetto di primo grado. La sanzione è definitiva, il caso pietoso è, finalmente, chiuso. La magistratura subisce un altro sfregio. È o dovrebbe essere un'evidenza elementare: un pm, che fra un'inchiesta e l'altra si metta a chiamare le Wannemarchi di turno, non offre un'immagine alta, equilibrata, credibile del proprio ruolo. Ma ormai siamo abituati a confrontarci con cadute, debolezze e scivolate delle corporazione togata. I casi, puntualmente emersi al Csm, dove si lavano i panni sporchi della casta, sono innumerevoli, talvolta sbalorditivi, con un catalogo di inadempienze, mancanze negligenze che supera ogni immaginazione.

Si va dal giudice che ha cosparso di Nutella i bagni del tribunale, non avendo niente di meglio da fare, al pm che ha riscritto il codice facendo ipotizzare un teste che non ricordava nulla di un omicidio. E che naturalmente, pure dopo la seduta non ha saputo dare un nome all'assassino; e poi ancora c'è la pm che si è inginocchiata a chiedere l'elemosina a pochi passi dal suo strategico ufficio e il giudice che ha dimenticato un pacco di sentenze da scrivere in una cassa, manco fossero bottiglie di vino pregiato. E c'è pure un magistrato di sorveglianza che si è superato dando a un detenuto il permesso di andare a trovare il fratello in punto di morte dopo avergli concesso di partecipare pochi giorni prima al funerale dello stesso, risorto dunque per l'occasione. Infine non si può non ricordare quel caso, in bilico fra farsa e dramma, del giudice che non voleva fare udienza perché nel piccolo tribunale marchigiano in cui lavorava c'era il Crocifisso. E per questo, dopo un estenuate procedimento, è stato espulso dalla magistratura.

La vicenda ambientata a Potenza si consuma fra il maggio e l'ottobre 2003, quando la donna, pm in quella procura, chiama per 65 volte con cellulare di servizio numeri di cartomanti, maghi e previsioni del lotto. È l'utilizzo dell'apparecchio pubblico ad innescare l'indagine, per peculato, e poi il doppio processo: penale e disciplinare. Ma è altrettanto palese l'imbarazzo per la vicenda che apre un'altra crepa nell'immagine e nella considerazione della magistratura tricolore, qualunque sia la motivazione delle chiamate. In tribunale la signora pm se la cava alla grande. Si scopre che 49 telefonate su un totale di 65 non avevano avuto risposta perché il telefono aveva squillato a vuoto.

E delle 16 rimanenti molte erano state brevi, pochi secondi in tutto, con un costo assai contenuto. Cosi, il capo d'imputazione si affloscia sulla propria debolezza. Alla fine l'imputata viene assolta per la modestia, o meglio «il difetto del danno economico» provocato. Resta l'altra questione, più sottile e insuperabile: la ferita per l'istituzione che fa del decoro, della misura, della sobrietà le proprie cifre costitutive. Nel 2013 arriva la condanna alla censura. Non la più grave ma nemmeno la più blanda delle punizioni che possono essere inflitte ad un magistrato. Ora la conferma. C'è un'altra cicatrice sul corpo della magistratura.

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