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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 19/08/2015  -  stampato il 06/12/2016


Chiesa inagibile a Porto Azzurro: il direttore del carcere scrive al Papa

«Papa Francesco, restituisca ai detenuti del carcere di Porto Azzurro la possibilità di pregare». La richiesta, particolarmente accorata, è del direttore del carcere di Porto Azzurro Francesco D’Anselmo che ha deciso di scrivere al Santo Padre per risolvere un problema che si protrae da 10 anni. La chiesa di Forte San Giacomo all’interno dell’area carceraria, dove fino agli anni ’90 si celebrava il patrono del paese, è in fortissimo stato di degrado. Il rischio di crollo e l’umidità nei locali interni hanno reso la bellissima chiesa inagibile.

Tanto basta per privare gli ospiti del penitenziario del diritto di pregare. Il direttore del carcere D’Anselmo ha reso nota la sua scelta di scrivere al Papa nel corso della visita del sottosegretario alla giustizia Cosimo Ferri. Il rappresentante del governo ha preso in grande considerazione la vicenda. «Porto Azzurro dovrebbe tornare a festeggiare il patrono San Giacomo nella chiesa della cittadella carceraria, sarebbe un bel segnale», ha detto Cosimo Ferri. Ma per farlo occorrerà un importante lavoro di restauro.

«Le rivolgo, Santo Padre, una richiesta di aiuto a nome di circa cinquecento persone recluse ne Carcere di Porto Azzurro, che da ormai quasi dieci anni non possono più partecipare alla Santa Messa nella chiesa di San Giacomo Maggiore, situata all'interno del secentesco Forte San Giacomo spagnolo che ospita la Casa di reclusione longonese – ha scritto il direttore Francesco D’Anselmo nella lettera rivolta a Papa Francesco – Dal 2004, infatti, la chiesa è stata dichiarata non agibile e perciò chiusa al culto. In realtà varie perizie avevano allora evidenziato che non si trattava di una situazione di particolare gravità, ma di infiltrazioni della copertura e di deterioramento delle gronde. Così fin dal 2005 dal vescovo diocesano e dalla direzione del carcere, era stato individuato un progetto per il restauro del sacro edificio, che prevedeva costi piuttosto contenuti. I detenuti, i volontari, gli operatori penitenziari in più riprese si rivolsero ai ministri della Giustizia e dei Beni ambientali e ne seguirono dichiarazioni di disponibilità e di attenzione al problema».

Gli anni, tuttavia, sono passati e la chiesa è sempre chiusa.

«Le sue condizioni sono deteriorate ed il degrado è sempre più evidente – ha scritto D’Anselmo – Si tratta di un edificio seicentesco, con una bella e semplice facciata rinascimentale e con all'interno alcune opere di pregevole fattura, come un busto argenteo ed un quadro di Santa Barbara, entrambi del '600».

Ma per i detenuti la chiesa non ha solo un valore artistico. «Per i detenuti, per questi "ultimi", che vivono in ambienti angusti, in una condizione sempre più misera e spesso disperata, l'unico luogo armonioso che può trasmettere loro serenità e bellezza è questa chiesa. – scrive nella sua lettera il direttore del carcere Francesco D’Anselmo – Lo spirito si nutre di tale atmosfera, è consolato da un ambiente degno, adeguato al culto, accogliente. Perché altrimenti si sarebbero costruite tante chiese come vere e proprie opere d'arte? Per onorare Dio, certo, ma anche per rendere più luminosa e forte la fede dei credenti, che insieme partecipano ai sacri riti. In un carcere inoltre, dove pochi sono i motivi di conforto, la chiesa è un centro di diffusione di luce ed è bello stare uniti a pregare in un luogo dove molti hanno pregato e dove anche alcuni cittadini della comunità esterna possono, previa autorizzazione, partecipare alla Santa messa, realizzando con le persone detenute la Comunione cristiana più autentica».

In questi ultimi dieci anni la messa viene celebrata in un piccolo ambiente del tutto inadeguato, che non può accogliere più di sessanta-settanta persone: è un locale adibito a teatrino, con alle pareti pitture raffiguranti i quattro moschettieri ed altre figure profane, non certo immagini sacre.

«Certo – conclude Francesco D’Anselmo rivolgendosi al Papa – so che l'importanza dell'Eucarestia non dipende dalle pareti affrescate, dalle statue presso l'altare, dagli archi e dalle colonne, ma dalla disposizione dell'anima e dalla grazia, però l'essere umano ha bisogno di bellezza, di musica, di arte, che esprimono fede e gratitudine. Tanto più in un luogo di sofferenza e di tristezza come un carcere. Inoltre, non si tratta di una costruzione ex novo, bensì del restauro di un pregevole bene artistico, che le Belle Arti di Pisa hanno definito di grande valore. Sarebbe importante, davvero segno di attenzione e dono prezioso, portatore di luce e di gioia, riaprire al culto la chiesa di San Giacomo nel carcere di Porto Azzurro. Sarebbe una vera grazia. Per questo Santo Padre, la prego con fiducia e speranza».

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