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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 16/09/2015  -  stampato il 02/12/2016


"il mezzo non idoneo": due detenuti si rifiutano di salire su furgone della Polizia Penitenziaria e non si presentano a processo

Per la prima volta non si sono presentati in aula. Giovanni Maria “Mimmiu” Manca e Antonio Faedda, sotto processo in corte d’assise nell’inchiesta-bis per il sequestro dell’allevatore di Bonorva Titti Pinna, non sono neppure partiti dal carcere di Oristano dove sono detenuti.

Una scelta strana, adottata all’ultimo momento, tanto che neppure i familiari e gli avvocati ne erano al corrente. Ufficialmente - secondo i documenti fatti pervenire al presidente del collegio giudicante Pietro Fanile - Manca e Faedda (che hanno espresso motivazioni identiche) non hanno accettato di salire sul mezzo della Polizia Penitenziaria che doveva portarli a Sassari perché «non ritenuto idoneo». Dopo la sorpresa iniziale, sono cominciate le verifiche e dal carcere oristanese è arrivata la spiegazione: il mezzo utilizzato per le traduzioni è moderno, con celle separate e aria condizionata, tanto che finora «non sono stati sollevati problemi da altri reclusi».

I difensori Salvatore Asole e Gian Marco Mura - considerato che i loro assistiti hanno però espresso la volontà di essere presenti in aula - hanno chiesto alla corte che venisse riconosciuto il legittimo impedimento e, quindi, il rinvio dell’udienza. Di diverso avviso il pubblico ministero Gilberto Ganassi che, invece, dopo le comunicazioni arrivate dalla Polizia Penitenziaria ha parlato di «giustificazioni infondate». Dopo una breve camera di consiglio, la corte ha deciso di non riconoscere il legittimo impedimento e di procedere in assenza degli imputati detenuti.

Mistero. La decisione di non essere presenti in aula si porta dietro un velo di mistero. Giovanni Maria Manca e Antonio Faedda finora hanno seguito con particolare attenzione tutte le fasi del processo e si apprestano (nella prossima udienza) a fare dichiarazioni spontanee. Per questo la decisione di non partire - confermando la volontà di non mancare - sembra essere una scelta che va al di là del non gradimento del mezzo di trasporto.

Le traduzioni. Ieri mattina, intanto, è stato sentito il perito Francesco Pinna, incaricato di tradurre in italiano alcuni dialoghi dal sardo. In particolare due conversazioni: tra Giovanni Maria Manca e il testimone chiave Carlo Cocco, e tra lo stesso imputato e Gianni Nieddu, il giovane di Sedilo ucciso in un agguato qualche anno dopo. A Cocco, Manca avrebbe detto «Ricordati di dire quello che ti ho detto...», prima di essere sentito dalla polizia. Mentre con Nieddu si era parlato di un certo “testa rossa” che - secondo l’accusa sarebbe Cocco.

Telefoni. Con la deposizione dell’altro consulente tecnico, l’ingegner Andrea Cappai, è stata chiarita anche la questione dell’aggancio delle celle da parte di utenze telefoniche. La stessa non può attivare, a distanza di pochi secondi, la cella di Sassari e di Milano. Si tratta, casomai, di chiamato e chiamante che si trovano in luoghi diversi. Il chiarimento si è reso necessario a seguito della documentazione che era stata fornita dal perito della difesa Mariano Pitzianti.

Testimone chiave. L’istruttoria dibattimentale è quasi conclusa. La prossima udienza la corte dovrà sciogliere la riserva sulla richiesta degli avvocati Asole e Mura di ammettere il confronto in aula tra alcuni testimoni: Carlo Cocco, Sandro Serra, Giuseppe Sussarellu e Giuseppe Melas. Una richiesta alla quale si è già opposto il pm Gilberto Ganassi.

La Nuova Sardegna