www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 21/09/2015  -  stampato il 28/07/2017


Risarcimento ai detenuti: la cella angusta non basta da sola per essere una detenzione "inumana e degradante"

Ufficio di Sorveglianza di Siena - Sezione I civile - Ordinanza del 24 luglio 2015, n. 560.

Nessuna violazione delle norme europee sulla "detenzione inumana e degradante" se la riduzione degli spazi personali al di sotto dei tre metri quadrati è controbilanciata da altre condizioni del trattamento penitenziario come numero di ore di permanenza all'aperto, disponibilità di attività sportive, culturali e ricreative.

È questa la motivazione con cui il magistrato di sorveglianza dell'ufficio di Siena ha negato con l'ordinanza del 24 luglio 2015, n.560 la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, recependo l'interpretazione più rigorosa relativa all'accertamento del danno subito per le condizioni detentive contrarie alle regole europee emersa dalle più recenti pronunce della Corte dei diritti dell'uomo.

Il ricorso di natura risarcitoria, introdotto dal Dl 92/2014 con l'articolo 35-ter della legge di ordinamento penitenziario per ottemperare alla sentenza della Corte dei diritti dell'uomo dell'8 gennaio 2013 (Torreggiani contro Italia) consente al detenuto, che abbia subito un trattamento detentivo degradante e contrario al senso di umanità a causa del sovraffollamento carcerario, di adire il magistrato di sorveglianza o il giudice civile per ottenere il risarcimento del danno.

La norma di matrice europea stabilisce che, il diritto al risarcimento scatta se le condizioni di detenzione violano l'articolo 3 della Convenzione, "come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo". In base a tale rinvio, la nozione di "detenzione inumana e degradante" ha assunto una connotazione flessibile, poiché dipende dall'evoluzione della giurisprudenza della Corte di Strasburgo, cui i giudici italiani sono tenuti ad adeguarsi. In tale contesto, una recente pronuncia del giudice europeo (sentenza 12 marzo 2015, ricorso Mursic/Italia n. 7334/13), superando un precedente indirizzo che riteneva sempre sussistente la violazione comunitaria in caso di accertata disponibilità di uno spazio personale inferiore a 3 metri quadrati, ha invece precisato che tale circostanza integra soltanto "a strong presumption" di sussistenza della violazione dell'articolo 3 della Convenzione: una probabilità molto alta, cioè, che tuttavia va verificata in concreto sulla base del livello minimo di gravità che il maltrattamento deve in concreto avere raggiunto per costituire violazione della Convenzione, alla luce della durata del medesimo e tenuto conto della compresenza di eventuali, ulteriori fattori che possono aver mitigato il livello inevitabile di sofferenza e umiliazione derivante dalla restrizione carceraria (ad esempio la detenzione in strutture adeguate e salubri, la disponibilità di acqua calda, di sufficiente illuminazione e ricambio dell'aria, la presenza di opportunità ricreative, culturali e lavorative etc.).

La giurisprudenza italiana si è rapidamente adeguata, iniziando a ponderare il dato spaziale con gli altri elementi, indicati dalla Corte Ue, che possono aver contribuito a controbilanciare le condizioni di sovraffollamento.

Il sole 24 Ore