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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 15/12/2015  -  stampato il 29/03/2017


Parlano i Carabinieri: "Cucchi, si stava cercando dý scaricare la responsabilitÓ sulla Polizia Penitenziaria"

L’inferno per Stefano Cucchi si materializza tra le due e le tre e 40 di mattina del 16 ottobre 2009. È in questo lasso di tempo, 100 minuti, che il giovane subisce secondo gli inquirenti un "violentissimo pestaggio" da parte dei carabinieri.

Probabilmente prima alla stazione Casilina, quando si oppone al foto-segnalamento, poi alla stazione Appia, sempre per mano di tre militari, Francesco Tedesco, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. Sono cinque i tasselli chiave dell’indagine che ha permesso al pm Giovani Musarò e agli agenti della Squadra mobile di ricostruire orari, luoghi e presunti responsabili: tre testimonianze (rese da un compagno di cella di Cucchi e di due carabinieri); la falsificazione di alcuni documenti sull’arresto del 31enne e le intercettazioni dei tre militari accusati del pestaggio.

La prima traccia che porta gli inquirenti sulla strada giusta, il 18 novembre 2014, è il racconto di Luigi Lainà, detenuto con Stefano a Regina Coeli: "Cucchi mi disse che era stato picchiato dai carabinieri nella prima caserma in cui era transitato". Un faro si accende sugli uomini dell’Arma. Ma quali? Cucchi, tra il 15 e il 16 ottobre 2009, ha a che fare con diversi militari. Un passo avanti arriva il 30 giugno 2015, quando due carabinieri di Tor Vergata raccontano al pm tutto quello che sanno: "Mandolini (il comandante della stazione Appia, ndr) fece il nome dell’arrestato. Cucchi, e aggiunse che si stava cercando dì scaricare la responsabilità sulla Polizia Penitenziaria".

A luglio, le intercettazioni fanno il resto, con la moglie di uno dei militari sospettati che accusa al telefono: "A picchiarlo vi siete divertiti".

L’ultimo "colpo" della procura risale al 16 novembre scorso, neanche un mese fa, quando a piazzale Clodio arrivano i documenti sull’arresto di Stefano. Sul registro dei foto-segnalamenti, un rigo è cancellato maldestramente con il bianchetto: sotto al nome di Misic Zoran si intravede quello di Stefano Cucchi. Una falsificazione deliberata, pensano gli inquirenti, per cancellare del tutto le tracce del passaggio di Cucchi dalla stazione Casilina, dove sarebbe avvenuto il primo pestaggio.

 

Lo scaricabarile

Vuotano il sacco due militari della stazione, Riccardo Casamassima e Maria Rosati. Raccontano agli inquirenti ciò che l'allora comandante dell'Appia, maresciallo Mandolini a ottobre del 2009, riferì a loro e al comandante della stazione di Tor Vergata: "Il Mandolini mettendosi una mano sulla fronte mi disse: "È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato". Poi si diresse verso l'ufficio del comandante della stazione, il maresciallo Enrico Mastronardi. All'interno dell'ufficio c'era anche il carabiniere Maria Rosati la quale ebbe modo di ascoltare qualche cosa in più. In particolare, come riferitomi dalla Rosati, Mandolini fece il nome dell'arrestato (Cucchi) e aggiunse che stavano cercando di scaricare la responsabilità sugli agenti della polizia penitenziaria".

Il compagno di cella. Luigi Lainà, detenuto con Cucchi nell'ottobre del 2009, confida: "Dissi a Cucchi che se era stata la penitenziaria a ridurlo in quelle condizioni, noi avremmo fatto un casino. Cucchi mi rispose che era stato picchiato dai carabinieri all'interno della prima caserma da cui era transitato nella notte dell'arresto. Aggiunse che era stato picchiato da due carabinieri in borghese, mentre un terzo, in divisa, diceva agli altri due di smetterla".

"Andiamo a fare le rapine". La procura intercetta i tre carabinieri indagati per il caso Cucchi. Di Bernardo e D'Alessandro temono di essere destituiti dall'Arma e ipotizzano nuovi impieghi: "Se ci congedano ci apriamo un bar" dice Di Bernardo a D'Alessandro. Quest'ultimo risponde: "Se mi congedano te lo giuro sui figli miei, e non sto giocando, mi metto a fare le rapine". Di Bernardo chiede di nuovo al collega: "Ma se ti buttano fuori che lavoro fai?". "Ti ho detto che vado a fare le rapine. Magari agli orafi".

 

La Repubblica - 14 dicembre 2015