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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 20/12/2015  -  stampato il 08/12/2016


Anche in Francia il 41-bis: il Governo francese sta pensando di adottarlo come misura anti-terrorismo

Le idee di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino“cammineranno” anche sugli Champs Elysees? E’ una possibilità concreta, perché la Francia – ormai prima linea nella lotta contro l’eversione islamista dopo gli attentati di gennaio e novembre di quest’anno a Parigi – è pronta ad utilizzare gli strumenti già attivi nel contrasto alla mafia siciliana.

E’ possibile, perché sin dopo la strage di Charlie Hebdo e il sanguinoso replay del 13 novembre, tra gli scranni del parlamento francese si è iniziato a discutere della possibile introduzione del regime carcerario duro: il 41 bis contro il jihad. Per combattere la crescita esponenziale dell’eversione islamista, in Francia si pensa già a una stretta nelle carceri. Il riferimento punta direttamente alle stesse misure introdotte in Italia contro Totò Riina e i boss mafiosi dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992.

Per isolare i capi jihadisti arrestati e “tagliare i legami tra detenuti e la loro organizzazione”, inizia a farsi strada l’idea di introdurre quel regime carcerario mutuato proprio dalla norma italiana, applicata prima soltanto ai boss mafiosi e poi estesa anche ai capi delle organizzazioni terroristiche. Non si tratta ancora di una proposta legislativa vera e propria, ma il percorso per il carcere duro modello 41 bis da utilizzare contro il jihad è già contenuto negli atti parlamentari della Commissione d’inchiesta sul terrorismo islamista dell’Assemblea nazionale. Nelle oltre cinquecento pagine del documento presentato a giugno di quest’anno – frutto di oltre sei mesi di lavoro, avviato dopo gli attacchi di gennaio alla redazione di Charlie Hebdo – il riferimento alla norma antimafia italiana è scritto a chiare lettere in più d’un passaggio.

Nella relazione conclusiva si legge infatti che si “sostiene l’impegno di una riflessione su una regime di isolamento più adatto a detenuti che radicalizzano il profilo del leader o reclutatori, soprattutto per quanto riguarda le condizioni di isolamento e la sua durata”. Proprio a questo proposito viene direttamente citata la normativa italiana che “consente in base all’articolo 41 bis del Testo Unico Carceri, un regime di isolamento specifico per i detenuti appartenenti alla criminalità organizzata o di gruppi terroristici”. Per i parlamentari francesi, questo schema è “in grado di coprire un periodo di detenzione più lungo rispetto al dispositivo di isolamento previsto dalla francese e prevede inoltre condizioni di monitoraggio rigorose per tagliare i legami tra detenuti e la loro organizzazione”. Tra i maggiori sostenitori dell’introduzione del 41 bis anti jihad c’è il deputato sarkoziano Claude Goasguen. Noto per i suoi interventi pubblici contro palestinesi e musulmani, il parlamentare di centro destra propone questa analogia chiedendosi se ”Chi si autoproclama capo di una cellula jidahista non è niente di più di un capo mafioso siciliano?”.

Ancora, per il deputato dell’Assembleè Nationale, le frange terroristiche di stampo islamista sono “organizzazioni sul modello della mafia”. L’unica variabile in più sarebbe – sempre secondo l’analisi del politico francese – “l’occupazione del territorio”, quel che distinguerebbe il contrasto alle mafie e la lotta a Daesh. L’analisi della Commissione d’inchiesta non si limita al suggestivo paragone tra l’Islamic State e la mafia siciliana e pone tutta una serie di quesiti di strettissima attualità, primo fra tutti il rischio che le carceri francesi diventino un volano per la radicalizzazione dell’Islam. Pur non esistendo dati ufficiali che discriminino la popolazione carceraria per religione, le stime parlano di 18.000 detenuti musulmani nei penitenziari francesi a fronte di un totale che sfiora i 70.000 soggetti.

Le “prison” rischiano di diventare così delle formidabili scuole del crimine per il reclutamento di detenuti comuni ad opera dei veterani del jihad. Il rapporto della Commissione di inchiesta contiene anche dati relativi al rischio terrorismo sul suolo francese. L’analisi dell’organo parlamentare – con le stime ferme a maggio di quest’anno – parla di una presenza di almeno 3000 persone soggette a “una particolare attenzione da parte del sistema di Homeland security francese. La metà di loro sarebbe già stata coinvolta con “ i canali iracheno-siriani”. E per combattere tutto questo, si punta a replicare le misure “siciliane” contro la mafia.

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