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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 14/01/2016  -  stampato il 09/12/2016


Niente sesso con la propria moglie: Cassazione nega permesso a detenuto

Niente permesso allo scopo di fare sesso con la moglie per un detenuto sottoposto a pesante condanna (24 anni, 5 mesi e 25 giorni di reclusione) per gravi reati (tra cui l’estorsione e l’associazione di tipo mafioso).

La Corte di cassazione, con la sentenza 882 depositata ieri, ha così respinto il ricorso di un detenuto che, dopo essersi sposato nel corso della detenzione (nell’aprile 2009 ) con la compagna dalla quale ha avuto due figli (di sette e dieci anni), chiedeva il permesso-necessità di andare in una casa di accoglienza di Padova dove incontrare la compagna per avere rapporti intimi.

Permesso negato dai giudici di piazza Cavour, che hanno ricordato che «l’esercizio dell’affettività, inteso come espressione della sessualità, non rientra nella previsione di cui all’articolo 30, comma secondo dell’ordinamento penitenziario quale evento famigliare di particolare gravità».

Nel dettaglio, la Prima sezione penale - giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo alla mano - ha ricordato che «qualsiasi detenzione regolare per sua stessa natura comporta una restrizione della vita privata e familiare dell’interessato e che tali restrizioni sono legittime se non abbiano ecceduto quanto è necessario della medesima Convenzione, alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, in una società democratica».

Nel caso in questione, ha annotato ancora la Suprema Corte, «considerata la gravità dei reati per cui la condanna è in espiazione, il lontano fine pena (2034) e la non remota decorrenza di essa (dal 18 settembre 2010), le limitazioni subite dal ricorrente nella sua vita privata e familiare risultano del tutto proporzionate agli scopi legittimamente perseguiti attraverso l’esecuzione della pena senza che lo Stato abbia oltrepassato il margine di apprezzamento di cui gode in materia».

La Cassazione ha quindi convalidato l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Venezia del 19 novembre 2014 che, peraltro, richiamava la conforme giurisprudenza della Corte di legittimità, per gli effetti della sentenza n. 48165 del 2008.

L’esercizio dell’affettività, intesa come espressione della sessualità, allo stato della normativa vigente è quindi assicurato al detenuto dalla concessione di un permesso premio, «supponente una soglia minima di pena già espiata e la positiva valutazione della condotta in carcere».

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