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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 06/10/2010  -  stampato il 08/12/2016


Altro che Alcatraz, in Norvegia il carcere senza muri

Ci si arriva via mare, con un piccolo traghetto che parte da Horten, cittadina a un paio d’ore da Oslo. Un po’ come nei primi minuti di Shutter Island, quelli in cui l’isola-fortezza si avvicina allo sguardo degli spettatori in tutta la sua tetra inviolabilità, il carcere di Bastøy compare all’improvviso tra i flutti che circondano il fiordo della capitale norvegese. Solo che più ci si avvicina all’isola, più diventa chiaro che qui la situazione è tutt’altro che tetra. E che siamo molto lontani sia dalla fantasia cinematografica alla Scorsese che alle più reali Alcatraz, Rikers Island e Asinara. Perché a parte il fatto di sorgere su un’isola, Bastøy ha poco in comune con le carceri di massima sicurezza in cui finiscono i criminali considerati più pericolosi dalla società. E lungi dall’essere un monumento all’esemplarità della pena, è oggi considerato una delle prigioni di minima sicurezza più originali d’Europa.Innanzitutto non ci sono sistemi di allarme. Si notano delle recinzioni,è vero, ma quelle servono solo a delimitare i pascoli dei cavalli e a ricordare a tutti quelli che possono visitare l’isola (che ospita in effetti una spiaggia pubblica) che, in fondo, lì c’è anche una prigione. Poi sulle alture di questo strano posto sorgono una serie di casette colorate, quelle che si possono osservare ovunque in Scandinavia. C’è una chiesa, alcuni edifici amministrativi, un supermercato. Il porticciolo e un faro guidano il traghetto che cinque volte al giorno porta sull’isola alimenti, familiari in visita e, naturalmente, i carcerati. Tutto intorno spiagge, campi, pinete. Su questo paesaggio idialliaco si affacciano le finestre delle baite in cui vivono i carcerati e dalle quali nessuno ha mai provato a fuggire.Sull’isola arrivano assassini, stupratori, pedofili, rapinatori. Non si parla di crimini minori. Qui i detenuti vengono a scontare l’ultima parte della loro pena, in uno spazio che può ospitare al massimo 115 carcerati. A ogni nuovo arrivato viene insegnato già dal primo giorno come gestire tempo e risorse, rispettando una visione “antropologicamente ecologica” che mira ad aprire occhi e mentalità di chi ha commesso un crimine ma un giorno tornerà a vivere in società. Ognuno qui lavora, si occupa dei cavalli che servono a trasportare i generi di conforto dal porto alle “celle”, alimentando una sensazione di fiducia e responsabilità che aiuta molto a ritrovare un contatto con la realtà. Soprattutto se vieni da anni di isolamento. L’appello è due volte al giorno, nessuno manca mai. E nessuno ha mai provato a fuggire.Bastøy inoltre gode di un clima molto favorevole, che fa sì che possa autoalimentarsi attraverso i pannelli solari presenti su tutta l’isola. I campi vengono coltivati, e i detenuti che vivono qui da un po’ di tempo hanno imparato a ricavare dalla terra prodotti di altissima qualità, che diventano gli ingredienti delle cucine interne ma anche di altre prigioni norvegesi. Il tutto in una visione secondo la quale il contatto e il rapporto quotidiano con la natura non possono che portare a un miglioramento della persona. E in Italia, sarebbe mai pensabile qualcosa del genere?

Fonte: avoicomunicare.it