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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 25/02/2016  -  stampato il 04/12/2016


Latitanza di Fabio Perrone: dalle indagini emergono oltre 150 fiancheggiatori che hanno coperto la fuga

Oltre 150 intercettazioni per stanare Fabio Perrone, l’ergastolano di Trepuzzi rimasto latitante per oltre due mesi dopo la fuga da film dall’ospedale “Vito Fazzi” del 6 novembre scorso. I poliziotti della squadra mobile, gli agenti della penitenziaria e i carabinieri del Nucleo investigativo hanno raccolto conversazioni e colloqui di familiari ma anche di parenti detenuti e di decine di conoscenti del 42enne. L’utilizzo di cimici e microspie è stato imponente.

Gli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Antonio De Donno e dal sostituto Stefania Mininni, hanno seguito dialoghi e conversazioni setacciando anche i filmati di alcuni bar del paese dove si davano appuntamento i fiancheggiatori di Perrone. Nelle carte dell’inchiesta sono contenuti nomi e cognomi della fitta rete di protezioni che avrebbe coperto Perrone muovendosi sempre nella sua terra di origine. Con estrema abilità venivano dribblate le forze dell’ordine centellinando l’uso dei telefonini spostandosi spesso di notte.

Come uno stretto parente di Perrone che si adopera nel mantenimento della latitanza nella più stretta riservatezza. L’uomo evita di comunicare anche in anticipo la sua assenza senza fornire alcun preavviso nemmeno alla moglie che tenta di contattarlo nonostante l’utenza rimanga disattivata. Le intercettazioni svelano anche come Perrone abbia trascorso gran parte della sua latitanza in casa di parenti. I carabinieri captano una conversazione eloquente tra due donne in macchina: “Stanotte ohimè! Quanti litigi che ho fatto con Fabio…nemmeno una lettera”. Il prosieguo della conversazione fornisce la chiave di lettura del battibecco riconducibile alla mancata comunicazione epistolare di Perrone durante la detenzione con le persone a lui più vicine.

Ma come faceva il latitante a fornire le ambasciate ai propri fiancheggiatori? In un’informativa della polizia si fa riferimento ad un’utenza albanese con la quale l’evaso contatta i suoi uomini. Squilli da intendersi segni convenzionali perché gli investigatori non hanno mai raccolto conversazioni nelle intercettazioni raccolte.

Eppure la latitanza di Perrone non deve essere stata un buen retiro. Nell’ennesima intercettazione in un bar del paese una ragazza svela che “Triglietta” versa in condizioni critiche di sopravvivenza. La giovane è anche al corrente di chi fornisce assistenza a Perrone costretto a portarsi da lui di continuo. 

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