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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/04/2016  -  stampato il 03/12/2016


USA. Quanto costa la pena di morte?

Biasimati per il fatto di essere uno dei pochi Paesi avanzati che ancora applicano la pena di morte, gli Stati Uniti si stanno progressivamente allontanando da questa pratica brutale: da quando le condanne capitali sono state ripristinate, nel 1976, le esecuzioni negli Usa sono state 1.430.

Ma, nonostante la pena di morte sia ancora legale in 32 Stati dell’Unione, quelli che la usano davvero sono rimasti solo sei. Il numero delle esecuzioni continua a calare. L’anno scorso sono state solo 28, quasi per metà in Texas. Seguono il Missouri con 6 e la Georgia con 5. Ma anche qui le cose stanno cambiando: se il Texas insiste nella sua politica, il Missouri è passato dalle 10 esecuzioni del 2014 alle 6 del 2015 mentre nei primi tre mesi del 2016 la porta della “camera della morte” non è stata ancora mai aperta.

Cosa forse ancor più importante, a calare non sono solo le esecuzioni, ma anche le condanne a morte (meno 33 per cento). Per la prima volta i detenuti nei “bracci della morte” dei penitenziari Usa sono scesi sotto quota 3000.

L’America è un baluardo della difesa della democrazia e dei diritti umani in un mondo zeppo di Paesi autoritari che quei diritti li calpestano quotidianamente, ma questa sorta di “ravvedimento” sta avvenendo solo in parte per una presa di coscienza dell’opinione pubblica: i cittadini favorevoli alla pena di morte sono ancora in netta maggioranza, il 55 per cento del totale, anche se c’è stata una grossa flessione rispetto al picco del 78 per cento negli anni Novanta, quelli della criminalità dilagante.

 

Un peso rilevante, come accade spesso nell’America patria del pragmatismo oltre che della democrazia, lo stanno avendo considerazioni pratiche e di tipo economico: la crescente difficoltà di effettuare le esecuzioni con sieri mortali di sicura efficacia, ma anche gli enormi costi di tutto il processo.

 

La situazione è diversa da Stato a Stato, ma le indagini fin qui compiute dicono che in media, a parità di tipologia di reato, un criminale condannato a morte costa alla collettività il 50 per cento in più di un ergastolano senza possibilità di sconti di pena. Non solo il “braccio della morte” dove il condannato rimane in media per 10-15 anni prima dell’esecuzione, è molto più costoso di un carcere normale per ovvi requisiti di sicurezza. Tutto costa molto di più: dai processi agli appelli, all’organizzazione della difesa. Perfino la selezione della giuria di un processo che può concludersi con una condanna a morte costa 200 mila dollari in più e dura tre-quattro settimane di più rispetto a un procedimento penale “normale”.

 

Questi sono dati medi ma in California, ad esempio, il condannato a morte costa dieci volte più dell’ergastolano.

 

Ora c’è chi spera che le ragioni economiche arrivino dove la lotta contro le discriminazioni non dà tutti i risultati attesi anche in un altro campo: quello della mano pesante delle polizie di molte città Usa nei controlli e nei pattugliamenti, soprattutto nei confronti degli afroamericani, spesso vittima di incidenti nei quali gli agenti fanno un uso eccessivo della forza.

 

I casi – dal 18enne nero disarmato ucciso a Ferguson al ragazzino freddato in un parco di Cleveland solo perché ostentava una pistola-giocattolo, al contrabbandiere soffocato a New York – sono noti e hanno suscitato proteste in tutto il Paese.

 

Molti cominciano a pensare che, più delle proteste e dei disordini di piazza (che a volte producono l’effetto opposto: la richiesta di una maggiore severità da parte dei cittadini spaventati) possano le condanne al risarcimento dei danni causati da poliziotti e sceriffi (che in America vengono eletti dal popolo).

Ai contribuenti di Chicago l’uccisione di un 17enne è già costata 5 milioni di indennizzo mentre i vari casi di cui è responsabile la polizia di Cleveland hanno messo a carico della città un grosso onere già rateizzato: 10,6 milioni quest’anno, 7 il prossimo, più altre pene accessorie per diversi altri milioni.

 

A Ferguson l’amministrazione comunale rischia addirittura di andare in bancarotta: dovrebbe versare in indennizzi circa 10 milioni in tre anni: un quarto del bilancio municipale che è di 14 milioni.

 

E man mano che le telecamere sempre più diffuse sulle auto della polizia e sulle divise degli agenti certificano la brutalità di alcuni interventi, il costo delle cause civili intentate contro le forze dell’ordine è destinato inevitabilmente a salire, con pesanti ripercussioni per i cittadini in termini di maggiori tasse o di riduzione dei servizi pubblici. Ecco perché i movimenti per i diritti civili ora sperano che tutto ciò spinga le opinioni pubbliche a chiedere a gran voce che i poliziotti vengano addestrati a usare tecniche meno brutali nei loro interventi, soprattutto nei confronti delle minoranze nere e ispaniche.

 

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