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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 29/04/2016  -  stampato il 08/12/2016


Asinara, da carcere di massima sicurezza a laboratorio di ecoturismo

Abitata già dal neolitico (parliamo del VI millenio a.C.), luogo strategico militare a difesa delle rotte commerciali del Mediterraneo, lazzaretto nel 1800, luogo di deportazione per oltre 20mila prigionieri austriaci e di etiopi (la figlia stessa del Negus) tra le due guerre mondiali. Ma l’Isola dell’Asinara, tra la Sardegna e la Corsica, nell’immaginario degli italiani è soprattutto il carcere di massima sicurezza che ha “ospitato” i capi più feroci della camorra e della mafia – da Raffaele Cutolo a Salvatore Riina, il nucleo storico delle Brigate Rosse e dove i giudici Falcone e Borsellino si ritirarono per lavorare in sicurezza.

L’istituto penitenziario, paradossalmente, ha permesso di salvare dalle colate di cemento l’ecosistema isolano e consegnarci un’oasi naturalistica finalmente aperta, dopo 115 anni di chiusura totale ai visitatori, grazie all’istituzione nel 1997 del Parco Nazionale. Una pagina fondamentale di questa storia millenaria per il turismo sostenibile e la green economy.

La popolazione dell’area protetta lotta per lo sviluppo di tante attività sostenibili: dal noleggio di auto elettriche alle bici, dalle escursioni a piedi a quelle in barca a vela, dalle immersioni  subacquee al pescaturismo. Senza dimenticare gli uomini e le donne del centro faunistico e del centro recupero animali, che coinvolgono studenti e visitatori di ogni parte del mondo o l’officina cosmetica, che con la collaborazione dell’Università di Sassari produce oli essenziali con le piante autoctone come elicriso, mirto, lavanda.

Per raccontare il laboratorio Asinara abbiamo incontrato una delle prime guide ambientali del Parco: Veronica Pisu di Asinara 4×4. Non è l’unica imprenditrice che opera nell’isola – qui l’elenco di tutti coloro che sono autorizzati ad offrire servizi al turismo - che ha permesso di far decollare una vera e propria filiera del turismo naturalistico, in grado di attirare, nei primi anni di attività, 85mila visitatori e dare lavoro a decine di operatori.

“Ho iniziato nel maggio del 1999 con un’associazione studentesca, ho frequentato il corso di formazione per le guide esclusive del Parco. All’epoca studiavo Scienze Forestali all’Università,  ma ho interrotto gli studi per dedicarmi al lavoro di guida – racconta Veronica – Mi sono innamorata di questo impegno professionale”. Una scommessa perché, pur aiutata dai fondi di una legge sull’imprenditoria femminile, la ragazza ha scelto la strada dell’impresa. Un percorso che le ha permesso non solo di crearsi un lavoro, ma di offrire buste paga e salario ad altri ragazzi. E non si tratta, come spesso succede nel turismo balneare, dei soli tre/quattro mesi estivi. “Lavoriamo da aprile ad ottobre, ma su richiesta siamo operativi tutto l’anno“. Veronica conferma che le vacanze naturalistiche riescono a vincere la scommessa della destagionalizzazione in un’isola, la Sardegna,  dove il turismo spesso si limita a pochi mesi con tutte le conseguenze negative del caso.

Il “prodotto” venduto da Veronica e compagni sono escursioni a tema prevalentemente ambientale. “Spieghiamo ai visitatori le particolarità botaniche dell’isola, gli endemismi, la fauna“. Una biodiversità che attira turisti da tutta Europa che possono osservare una gran varietà di animali: cinghiali, capre selvatiche, asini, mufloni (una pecora selvatica), lepri, ricci. L’eredità del sistema carcerario.

“Quando l’istituto ha chiuso le capre sono passate, in pochi anni, da poche centinaia ad oltre 7mila”. Una crescita esponenziale dovuta al fatto che prima, insieme ai cinghiali, soddisfavano le esigenze di cibo della popolazione carceraria. “Il gran numero di animali stava arrecando dei problemi alla vegetazione, lasciando solo l’euforbia. Per limitare l’impatto sono stati portati via più di seimila esemplari, capre regalate agli allevatori sardi che ne facevano richiesta. Tanti cinghiali sono stati macellati e la carne venduta nel circuito sardo. Le istituzioni locali, dalla Regione al Parco, hanno lavorato e stanno lavorando attraverso cantieri di rimboschimento gestiti dall’Ente Foreste per risolvere il problema”.

L’Asinara è dunque un cantiere sempre aperto a tutela dell’ambiente. “Ci sono molti servizi – spiega Veronica – Con il passaggio alla Conservatoria delle Coste della Sardegna non possiamo più far visitare le strutture carcerarie. Un vero peccato in particolare per i turisti italiani molto interessanti alla storia dell’istituto penitenziario”. Porte da aprire attraverso le trattative in corso per la cessione del carcere al Parco, perché lo storytelling dell’Alcatraz sarda ha un forte fascino (solo il bandito Matteo Boe è riuscito ad evadere dall’isola). Il cammino per la piena maturità gestionale è ancora tutto da percorrere, ma il laboratorio Asinara dimostra che anche i Parchi e l’ambiente creano economia “buona e pulita”, tutta a a base di natura e cultura.

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