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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 20/05/2016  -  stampato il 09/12/2016


Mori e Obinu assolti anche in appello dalle accuse del mancato arresto di Provenzano

Nessun mancato blitz, nessuna latitanza protetta, nessun favoreggiamento: qualsiasi cosa sia avvenuta in quel casolare diMezzojuso il 31 ottobre del 1995, non è da considerarsi reato. Almeno per la quinta sezione della corte d’appello di Palermo che ha assolto l’ex generale del Ros Mario Mori e l’ex colonnelloMauro Obinu dall’accusa di non aver volontariamente arrestato il boss Bernardo Provenzano, localizzato nelle campagne palermitane 21 anni fa. Ci sono voluti tre giorni di camera di consiglio alla fine di un processo d’appello lungo due anni, prima che la corte presieduta da Salvatore Di Vitale comparisse nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo per leggere il dispositivo della sentenza: le condotte addebitate a Mori e Obinu non sono da considerarsi reato. Decisione identica a quella assunta nel luglio del 2013 dal giudice Mario Fontana, che però aveva impiegato appena sei ore di camera di consiglio per assolvere i due militari nel processo di primo grado, utilizzando il primo comma dell’articolo 530 del codice di procedura penale: il fatto non costituisce reato. “Speriamo che questa sentenza segni la fine di un accanimento giudiziario nei confronti del generale Mori che va avanti da anni”, ha commentato a caldo l’avvocato Basilio Milio, legale del generale. “Prima – ha aggiunto – c’era la mancata perquisizione del covo di Riina anche quella conclusasi con un’assoluzione, poi questo processo e dopo ancora quello sulla Trattativa che è ancora in corso. Speriamo sia finita qui, ma quando parlo di accanimento voglio specificare che non mi riferisco a tutta la procura, non sono tutti uguali”.

Trasmesse in procura le deposizioni di Ultimo e i suoi uomini
A questo punto diventa fondamentale la lettura delle motivazioni della sentenza, il cui deposito è previsto tra 90 giorni: i giudici, infatti, hanno ordinato anche l’invio degli atti alla procura con l’accusa di falsa testimonianza per le deposizioni di sei carabinieri del Ros, tra i quali spicca il nome Sergio De Caprioalias “capitano Ultimo”. Si tratta di alcuni degli otto militari che erano saliti sul banco dei testimoni per ricostruire il presunto mancato blitz di Terme Vigliatore dell’aprile 1993, dove stava trascorrendo la sua latitanza il boss Nitto Santapaola: secondo l’accusa gli uomini di Ultimo avrebbero volontariamente fatto fuggire il padrino catanese. I carabinieri, invece, si difesero sostenendo di aver scambiato un cittadino comune per il boss latitante Pietro Aglieri, e per questo motivo avevano messo in scena un rocambolesco inseguimento. Giustificazione che, però, non ha convinto i giudici.

Il processo d’appello “sganciato” dalla Trattativa
Una magra vittoria per la procura generale che, nel processo d’appello, aveva modificato la propria tesi accusatoria. Alla fine di una lunga requisitoria, infatti, il procuratore generale Roberto Scarpinato e il sostituto pg Luigi Patronaggio avevano chiesto ai giudici di condannare Mori e Obinu rispettivamente a quattro anni e sei mesi e a tre anni e sei mesi di carcere. Una pena dimezzata rispetto alle richieste avanzate nel processo di primo grado (nove anni per Mori e sei e mezzo per Obinu), dovuta al fatto che questa volta l’accusa aveva deciso di rinunciare a due importanti aggravanti contestati in precedenza: quello disciplinato dall’articolo 7, e cioè aver avvantaggiato Cosa nostra, e quello previsto dall’articolo 61, comma 2, del codice di procedura penale, che invece sanziona l’aver commesso il reato per assicurare a sé o ad altri il prodotto o l’impunità di un altro reato. Il riferimento è alla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, oggetto di un altro dibattimento al momento in corso davanti alla corte d’assise di Palermo, dove lo stesso Mori è imputato per violenza o minaccia ad un corpo politico dello Stato. Secondo i pm del pool Stato mafia, infatti, il generale non avrebbe volontariamente arrestato Provenzano, perché la latitanza del padrino corleonese era una delle “cambiali” del Patto siglato con Cosa nostra nel 1994, al termine della stagione a suon di bombe che insanguinò l’Italia. Ricostruzione che però era stata bocciata da Fontana nel processo di primo grado in cui Mori era accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. È per questo motivo che in appello Scarpinato aveva deciso di “sganciare” le condotte imputate al generale dalla ricostruzione dei pm della Trattativa, soffermandosi soltanto sul mancato arresto di Provenzano: mossa che però non ha comunque avuto successo.

L’accusa: “Mori soggetto anfibio extra istituzionale”
“Noi vogliamo concentrarci su poche condotte, dimostrare che esse sono dolose, e non ci interessa dimostrare altro”, avevano spiegato in aula i rappresentanti dell’accusa, sottolineando l’esistenza di “un filo rosso che attraversa tutte le vicende di cui il generale Mori si è reso protagonista dal periodo delle stragi fino ai tempi in cui si svolge la vicenda oggetto di questo processo”. Dalla mancata perquisizione del covo di Totò Riina in via Bernin, al mancato arresto di Santapaola a Terme Vigliatore nel 1993, fino ad arrivare proprio al blitz mai ordinato per mettere le manette a Provenzano, il pg ha messo in fila tutta una serie di azioni che sarebbero state caratterizzate da “menzogne reiterate, manipolazioni, falsi documentali e condotte che hanno oltrepassato i limiti della legalità e giustificate con l’adempimento del dovere da parte dell’imputato”, dipinto come “un soggetto dalla doppia personalità e dalla natura anfibia, che ha sempre deviato dalle regole per assecondare interessi extra istituzionali”.

La difesa del generale: “Io sempre lineare”
Accuse considerate “fantasiose” dallo stesso Mori, che ha rivendicato di aver mantenuto un comportamento “sempre lineare”. “Ci vengono addebitate verità preconfezionate, come quelle legate alla ritardata perquisizione del covo di Riina: ma su questo c’è una sentenza definitiva che ha assolto me e De Caprio. Tutti i magistrati impiegati nell’antimafia conoscevano il modo di operare del Ros e molto dipese dai contrasti interni alla procura della Repubblica”, si è difeso l’ex direttore del Sisde, durante le sue dichiarazioni spontanee, pronunciate un attimo prima che la corte si ritirasse in camera di consiglio. “Io – ha continuato Mori – ho ascoltato giudizi sprezzanti verso me e i miei uomini come se si trattasse di una filiera di individui da me plagiati: ma noi facciamo parte di una sparuta minoranza legata a valori ormai obsoleti e siamo lieti di farne parte”. Poche ore dopo, ecco maturare la seconda assoluzione in un processo cominciato nel lontano 2007: Provenzano era stato arrestato da pochi mesi, quando da quel summit a Mezzojuso erano trascorsi esattamente undici anni. A questo punto resta da capire quanto e se inciderà la sentenza di oggi sul processo Trattativa, in corso davanti alla corte d’assise di Palermo, dove i pm contestano a Mori le condotte tenute tra il 1992 e il 1993, quando pezzi delle Istituzioni si sedettero allo stesso tavolo di Cosa nostra. Oggi, però, la corte d’appello ha deciso che il mancato blitz di Mezzojuso non è una conseguenza di quell’accordo siglato sullo sfondo delle stragi.

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