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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/05/2016  -  stampato il 06/12/2016


Sottosegretario Ferri: anche chi evade ha diritto ai permessi premio

«Le nostre carceri sono le più sicure d’Europa. I casi di evasione sono rarissimi». Lontani dall’1%. Come le revoche delle misure alternative alla detenzione per «irreperibilità» del condannato. Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, non pretende di avere a che fare con un sistema carcerario perfetto. Però, difende il sistema italiano che punta «a rieducare», anche attraverso misure alternative al carcere e permessi premio.

Sottosegretario Ferri, lei difende la bontà del sistema carcerario basato sulla premialità della buona condotta. Ma non è difficile da sostenere davanti a un omicida fuggito grazie a un permesso premio?

«La legge è chiara. Fa rientrare l’omicidio fra quei reati gravissimi, come il terrorismo, la violenza sessuale o l’associazione a delinquere di stampo mafioso, per i quali sono previste molte restrizioni alla concessione di permessi premio».

A De Cristofaro, però, i permessi premio sono stati concessi senza tanti problemi.

«A chi è condannato per omicidio, di solito non si concedono prima di aver scontato almeno 10 anni di pena. Inoltre, si arriva a concedere una misura del genere in modo graduale: quando, in precedenza, si siano concessi altri benefici che sono stati utilizzati in modo corretto».

Scusi, ma qui siamo di fronte a un fuggitivo recidivo. Perché concedergli un secondo permesso premio a Portoferrario, dopo la fuga dal carcere di Milano?

«Lo prevede la legge. In caso di evasione, i benefici sono sospesi per tre anni. Poi si acquisisce di nuovo il diritto a usufruirne. Ad esempio, una persona condannata all’ergastolo ha diritto a 45 giorni di permesso l’anno, fino a 15 giorni consecuti. È ovvio che la prima volta otterrà 1 giorno, poi 2 e così via. La gradualità è fondamentale nel sistema. Nel caso specifico, il detenuto era scappato da Milano nel 2007 e poi è fuggito di nuovo dall’Elba nel 2014, 7 anni dopo. Il magistrato di sorveglianza che ha valutato il caso ha agito nella legalità».

Ma chi valuta le richieste di permessi premio?

«Le richieste possono essere presentate dal detenuto e, in quel caso, il direttore del carcere esprime un parere o le avanza il consiglio di disciplina, composto dagli educatori del carcere. A decidere, comunque, è sempre il magistrato di sorveglianza».

Ma perché concedere i permessi premio?

«Perché l’ordinamento penitenziario moderno punta al reinserimento nella società, al recupero del detenuto. Opportunità come il lavoro penitenziario, il rafforzamento delle misure alternative al carcere, il recupero di diritti come quello all’affettività familiare, per non rescindere i rapporti fra genitori e figli, sono fondamentali. Il governo sfrutterà al massimo la delega che ha su questa materia per cercare di migliorare ancora la situazione».

Lei mette in evidenza l’aspetto rieducativo del carcere, però è difficile da comprendere in situazioni come quella degli evasori recidivi.

«Lo ripeto: casi come questi sono rarissimi. Anche in Toscana le misure revocate nel 2015 per irreperibilità dei detenuti non arrivano all’1%. I casi di evasione hanno percentuali infinitesimali».

Però è inevitabile domandarsi come riesca un detenuto a fuggire durante un permesso premio. Non è sorvegliato?

«Certo. Ma non è guardato a vista».

Come è sorvegliato, scusi?

«Il magistrato di sorveglianza decide una serie di prescrizioni alle quali il detenuto deve attenersi. Ad esempio, nel caso di una persona condannata per omicidio, spesso si vieta di frequentare locali pubblici, di uscire dai confini del comune dove è diretto, di uscire la sera. In più si avvertono le forze dell’ordine locali che sul loro territorio c’è un ergastolano in permesso premio. Le forze dell’ordine possono organizzare controlli al domicilio e sulla persona come e quando vogliono, a sorpresa e anche ogni 30 minuti». Ma ogni tanto non basta.

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