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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 08/06/2016  -  stampato il 08/12/2016


Intervento del Ministro della Giustizia Andrea Orlando al 199 anniversario del Corpo di Polizia Penitenziaria

Signor Presidente della Repubblica,
Autorità tutte,
Membri del Corpo di Polizia Penitenziaria,
Gentili ospiti,

ringrazio vivamente il Presidente Consolo per l’impegno quotidiano alla guida del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Nelle sue parole mi ritrovo pienamente.

E la presenza, questa mattina, del Capo dello Stato, la cui sensibilità per i temi della detenzione e della vivibilità nelle strutture penitenziarie è vivissima, dimostra non solo l’importanza di questa giornata, ma anche la grandezza dell’impegno del Corpo, lungo tutta la storia del nostro Paese. Di questo siamo al Presidente Mattarella profondamente grati.

Quello del Corpo della Polizia Penitenziaria è un cammino lungo due secoli, che ha messo radici profonde nella storia politica e civile italiana. Per rimanere soltanto al periodo repubblicano, il Corpo, con le sue risorse e i suoi uomini, ha accompagnato gli allunghi più rilevanti fatti dal nostro Paese sul fronte dell’ampliamento delle garanzie dei diritti e delle tutele di tutti i cittadini, senza eccezione alcuna. Ma, insieme, di quella storia ha condiviso anche i tornanti più drammatici, tra cui, negli anni più vicini a noi, ci sono senza dubbio quelli segnati dalla minaccia terroristica, prima, e dall’offensiva mafiosa, poi.

In entrambe le situazioni, il Corpo ha dato un eccezionale contributo, per gli sforzi a cui è stato chiamato spesso in condizioni molto difficili, e nei termini dolorosi del sacrificio di vite umane.

Pochi mesi fa abbiamo celebrato la nuova denominazione della casa circondariale di Rebibbia intitolata all’agente Raffaele Cinotti, vittima di un agguato portato da un commando delle Brigate Rosse di fronte alla sua abitazione. Lo ricordo, perché è stato un doveroso riconoscimento al sacrificio dell’uomo e al dolore della sua famiglia, come a quello di tutti gli agenti e gli ufficiali vittime di simili azioni vili e barbare. Insieme, però, è stato il segno del riconoscimento che il Paese tributa all’intero Corpo.

Le tappe che hanno segnato l’evoluzione del Corpo di Polizia Penitenziaria hanno sempre coinciso con i momenti in cui il Paese intero ha acceso i riflettori sul tema del carcere. È accaduto all’indomani della scelta repubblicana, nel 1948, quando su iniziativa dell’Onorevole Calamandrei il Parlamento diede il via libera ad una Commissione permanente per indagare la condizione dei detenuti. Insieme ad essa, venne un primo importante riconoscimento alle funzioni non soltanto di vigilanza degli Agenti di custodia.

Accadde, poi, seppur con anni di ritardo, a seguito della riforma dell’ordinamento penitenziario. Al Corpo vennero così conferite nuove prerogative e nuove funzioni, espressione di una professionalità acquisita negli anni che esigeva un nuovo status.

Ho ricordato queste due tappe, ne avrei potute segnalare altre. Attraverso di esse il Corpo ha adeguato la propria fisionomia al mutare dei compiti ad esso richiesti, diventando sempre più una Forza di Polizia moderna e professionale. Non ha abbandonato la propria specificità, garantendo l'ordine e la sicurezza all'interno degli Istituti penitenziari, ma insieme non si è sottratto ad un ruolo essenziale nell’attività trattamentale e nei percorsi finalizzati al reinserimento sociale dei condannati.

Il ventaglio dei suoi compiti si è negli anni allargato, dalle traduzioni dei detenuti, alle attività investigative per reati commessi in carcere. Oggi il Corpo di Polizia Penitenziaria è presente all’interno del Corpo interforze della Direzione investigativa antimafia. E si segnala per l'apporto, sempre più prezioso, nelle attività di tutela delle persone sottoposte a misure di protezione e, soprattutto, nella vigilanza di importanti sedi giudiziarie.

Voglio aggiungere che se il profilo della Polizia Penitenziaria viene sempre più arricchendosi di nuove dimensioni, legate alle trasformazioni che il Corpo è chiamato ad affrontare in continuità con il ripensamento dell’esecuzione penale avviato, allora non vi sono ragioni per non investirlo di funzioni direttive nell’ambito dell’amministrazione penitenziaria.

Oggi il nostro sistema penitenziario ci chiede un ulteriore sforzo di rinnovamento. Per molti anni le politiche della sicurezza hanno prodotto una legislazione centrata sul rafforzamento sanzionatorio del carcere. Il carcere è stato uno strumento per rispondere a fenomeni sociali come la tossicodipendenza e la immigrazione, senza produrre reali risultati in termini di sicurezza per i cittadini. Con il solo effetto, invece, di accrescere il numero dei detenuti e le difficoltà nella gestione degli istituti di pena.

Di queste difficoltà la Polizia Penitenziaria è stata argine e vittima insieme, trovandosi a doverne limitare l’impatto con forze insufficienti rispetto ai carichi di lavoro e risorse di supporto esterno via via più scarse.

L’anno passato, proprio in questa sede, dicevo che era giunta l’ora di un cambiamento di rotta sistemico e annunciavo l’avvio imminente di una ampia consultazione pubblica. Ebbene, oggi quegli Stati generali dell’esecuzione penale sono giunti al termine, mettendo a disposizione di tutti una mole importate di elaborazione e proposte. Grazie al bagaglio di esperienza e di riflessione accumulato negli anni, il Corpo di Polizia Penitenziaria ha portato un rilevante contributo a questa proficua discussione.

A tutto il Corpo, perciò, alle sue articolazioni associative e di rappresentanza, rivolgo pubblicamente il mio ringraziamento. Conciliare severità e umanità è un esercizio difficile, che richiede forte senso per il rigore della legge e grande attenzione per le condizioni reali a cui i detenuti sono sottoposti. Perciò, se pretendiamo, come è giusto che sia, che le condizioni di chi vive in restrizione corrispondano ai principi di dignità e rieducazione a cui la nostra Carta ci chiama, dobbiamo favorire quelle che sono le migliori capacità professionali del personale del Corpo.

E cioè: la sensibilità, la conoscenza delle storie e delle vicende personali dei detenuti. Il nostro obiettivo deve essere la costruzione di un modello che punti sulla modulazione della vigilanza e dell’intervento in ragione delle diverse caratteristiche dei detenuti. Un modello che incentivi l'equilibrio tra esigenze di sicurezza e obiettivi di recupero.

Per fare questo occorre guardare al “penitenziario” come un sistema unitario, composto di due aree, quella detentiva e quella non detentiva o di comunità. È giusto perciò che l'amministrazione penitenziaria avanzi sulla strada del cambiamento già intrapresa riguardo ai modelli di detenzione. Ed è ineludibile che il senso di responsabilità dimostrato dal Corpo di Polizia Penitenziaria venga accompagnato da un percorso di rafforzamento garantito in maniera diffusa e chiara tramite interventi di natura organizzativa e strutturale.

Quell'equilibrio, però, non si costruisce soltanto all'interno delle mura carcerarie. La detenzione non può più essere l’unica stella polare delle nostre politiche penali. Se vogliamo che la reclusione non sia soltanto una parentesi afflittiva, il punto di riferimento deve essere il momento del ritorno all’esterno. Ecco perché occorre un sistema di gestione integrato tra il governo della sanzione penale e il supporto dato dalle amministrazioni sul territorio per azioni legate alle politiche del lavoro, della casa, dei servizi alla persona. È giunto il tempo di abbattere la cortina di timore, reciproco silenzio e diffidenza che separa il carcere dal tessuto sociale esterno.

Il modello che ne emerge valorizza ulteriormente il ruolo di osservatore di prossimità svolto dal poliziotto penitenziario. Sempre meno agente della segregazione e sempre più garante ed operatore del trattamento orientato secondo i criteri costituzionali.

L'orientamento intrapreso dal punto di vista legislativo è quello giusto. Il percorso però è soltanto avviato. Resta da fare molto sul lato delle risorse per gestire l'incremento delle misure in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale. Così come ci attendono scelte importanti rispetto al graduale spostamento del baricentro dell'esecuzione penale dalle misure carcerarie a quelle non detentive.

Il quadro che abbiamo davanti fotografa una realtà in evoluzione, che richiede l'impegno di tutte le forze in campo, dal legislatore all'Amministrazione penitenziaria. Non voglio però trascurare difficoltà che si protraggono da tempo all'interno del Corpo, innanzitutto per i nodi ancora problematici legati al personale. Nodi che riguardano la carenza di organico, ma che attengono per quello in servizio anche alle esigenze di formazione, aggiornamento, e di un maggiore riconoscimento giuridico ed economico.

Su tutti questi temi posso assicurare la mia costante attenzione e il mio continuo impegno. Ritengo, ad esempio, che le risorse sulla sicurezza stanziate per rispondere alla minaccia terroristica debbano prevedere uno spazio adeguato all’amministrazione penitenziaria nel suo complesso. Deve essere, questa, l’occasione per riconoscere al Corpo, sotto tutti gli aspetti, pari dignità con gli altri corpi di polizia. Rimane da parte mia pienamente condivisa l'esigenza, più volte sottolineata dalle rappresentanze sindacali del Corpo, di un riconoscimento più equo ai funzionari della Polizia, in termini economici e giuridici.

L'impegno profuso per rinnovare i modelli di detenzione non ci deve fare dimenticare l'importanza rivestita dall'edilizia penitenziaria. Serve da parte di tutti uno sforzo per intraprendere anche strade nuove.

All'interno, poi, della complessa ristrutturazione organizzativa che ha interessato il Ministero, anche l'Amministrazione penitenziaria è stata coinvolta in un importante riordino. A marzo ho firmato il decreto che individua gli uffici dirigenziali e le articolazioni territoriali definendone i compiti, le funzioni da conferire e le misure necessarie al coordinamento tra le sezioni del Dipartimento coinvolte nella riforma.

Si tratta di un intervento legato all'architettura istituzionale. Voglio concludere, Signori, ricordando che è proprio in una fase di compressione delle risorse pubbliche disponibili, come quella che viviamo oggi, che l'unità di un impegno comune può rivelarsi il motore del rinnovamento. Da parte mia e del Governo c'è l'assicurazione di uno sforzo effettivo e costante affinché la Polizia Penitenziaria possa continuare a svolgere la funzione e i doveri che la legge le assegna nell'interesse nazionale, contribuendo all’affermazione di elementi di diritto e di civiltà in ogni luogo di detenzione.

La mia esperienza da Ministro mi rende sicuro che anche da parte vostra, del Corpo, come della Amministrazione penitenziaria tutta, verrà data ulteriore continuità allo sforzo già elevato per saldare questo comune impegno.

È con questo spirito, di consapevolezza della strada che ci attende e della fiducia che in Voi posso riporre, che vi saluto e vi ringrazio.

Viva l'Italia, Viva la Polizia Penitenziaria!

Andrea Orlando
Ministro della Giustizia