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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 15/06/2016  -  stampato il 11/12/2016


Vietato il colloquio in carcere tra i due Riina: vietata anche la trasferta in Sicilia per la presentazione del libro dei figlio

Giuseppe Salvatore, terzogenito del boss aveva chiesto di andare nel carcere milanese di Opera Vietata anche la presentazione del libro in Sicilia. A giorni il tribunale deciderà sulla sua libertà vigilata. Così nel 2000 Ninetta Bagarella rincuorava "u picciriddu", Giuseppe Salvatore Riina, terzogenito e figlio prediletto di Totò, il capo dei capi di Cosa nostra. Da allora ne è passato di tempo. Salvuccio ha scontato quasi otto anni di carcere e sta cercando di rifarsi una vita a Padova nonostante il regime di libertà vigilata. Ma il sangue è sangue e l'ormai trentottenne figlio del boss non ha mai rinnegato la famiglia. Anzi. Una quindicina di giorni fa ha chiesto di poter incontrare suo padre nel carcere milanese di Opera dove è detenuto. Il giudice di sorveglianza gliel'ha vietato. Vietata anche la tanto desiderata trasferta in Sicilia per la presentazione del libro "Riina Family Life" pubblicato dalla casa editrice trevigiana Edizioni Anordest. A giorni il tribunale di sorveglianza si pronuncerà anche sull'impugnazione della proroga di due anni della libertà vigilata, istanza firmata dall'avvocato di fiducia di Riina junior, Francesca Casarotto.

Che Giuseppe Salvatore Riina fosse stato scelto come successore dal padre, è circostanza nota ma che il rapporto tra i due sia ancora vivo lo dimostra la recente richiesta per avere finalmente un incontro. Il legale di fiducia ha infatti compilato una dettagliata relazione al giudice di sorveglianza per ottenere una visita al carcere di Opera: un incontro tra padre e figlio, cosa che non accade da molti anni ormai. Dopo un'attenta valutazione è stato risposto che no, l'incontro non può essere concesso. Non è escluso che i presupposti per cui è stato negato siano gli stessi che hanno generato la proroga della libertà vigilata.

Riina junior viene menzionato infatti varie volte nel provvedimento con il quale i sostituti procuratori di Palermo Caterina Malagoli, Sergio Demontis e Gaspare Spedale hanno disposto il fermo di alcuni presunti esponenti di spicco del mandamento mafioso di Corleone. È l'inchiesta che portò a ipotizzare un possibile attentato al ministro dell'Interno Angelino Alfano "colpevole", a loro dire, di avere aggravato il regime di carcere duro al 41 bis. Giuseppe Salvatore Riina non è indagato ma, secondo i carabinieri di Monreale, alcuni indagati gli avrebbero garantito aiuti economici. Non solo. Il trentottenne viene indicato come l'unico in grado di fare da garante ai patti stipulati anni prima tra i Riina e la famiglia Di Marco. L'avvocato Casarotto le ha definite "illazioni basate su intercettazioni vecchie".

Il regime di libertà vigilata gli impone di condurre una vita con orari ben definiti, senza guidare, senza uscire la sera, senza frequentare pregiudicati e firmando ogni mattina in Questura. Il suo sogno di vivere a Padova finalmente da uomo libero è sfumato lo scorso mese di febbraio con la nuova proroga di due anni della sorveglianza speciale. La stessa che ora gli impedisce di tornare nella sua terra a presentare il libro di cui ha parlato persino nel salotto televisivo di "Porta a Porta".

Il Mattino di Padova