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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 20/06/2016  -  stampato il 11/12/2016


Liliana Ferraro, subentrata a Giovanni Falcone al Ministero della Giustizia: Martelli e Conso ebbero due approcci diversi al 41-bis

"Non c'è dubbio che sul 41 bis il ministro della Giustizia Claudio Martelli e il suo successore, Giovanni Conso, ebbero una diversità di approccio: il primo visse da vicino la tragedia della scomparsa di Giovanni Falcone e si battè per l'introduzione del carcere duro e per il suo mantenimento inmodo inflessibile e rigoroso. Il secondo sopportava il 41 bis senza mai gradirlo veramente perché come tutti i giuristi non vedeva di buon occhio l'applicazione di misure di prevaricazione che non fossero inserite nel codice penale. Comunque a me Conso non ha mai detto di volerlo togliere". A raccontarlo alla Corte d'assise di Palermo, impegnata a Roma nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, è stata ieri Liliana Ferraro, subentrata nell'estate del 1992 a Giovanni Falcone alla direzione generale degli Affari penali del dicastero di via Arenula e rimasta in sella fino al 1993 quando alla guida del ministero si sono alternati prima Martelli e poi Conso.

Il rapporto con entrambi i ministri fu all'insegna della "collaborazione e della stima reciproca" ma di sicuro il passaggio di testimone segnò un sostanziale cambio di indirizzo politico nell'applicazione del41 bis. "Quando nel novembre del 1993 - ha detto la ex dirigente ministeriale rispondendo alle domande del pm Roberto Tartaglia - non furono prorogati 334 provvedimenti di carcere duro, compresi che ormai la linea tracciata da Falcone era stata disattesa. Non ricordo chi me lo disse ma all'epoca mi fu argomentato che si trattava di alleggerire la situazione nelle carceri. In quel periodo io stessa manifestai lamia contrarietà perché in un appunto scrissi che togliere il 41 bis sarebbe stato un segnale stupido e contraddittorio rispetto a quanto era stato fatto e deciso prima".

La vicenda giudiziaria ha conosciuto varie fasi. La Procura palermitana ha imbastito l'indagine sospettando una trattativa Stato-mafia portata avanti nell'ombra da pezzi delle forze dell'ordine sotto Scopertura di alcuni personaggi delle istituzioni di allora e da rappresentati della criminalità organizzata siciliana. I magistrati hanno parlato di una negoziazione portata avanti nel periodo successivo alla stagione delle stragi del '92 e '93 (ma secondo altre fonti già precedentemente) per giungere all'accordo. Ovvero, da una parte la cessazione degli atti di sangue da parte della mafia. E dall'altra, lo Stato si sarebbe impegnato a garantire una attenuazione delle misure previste dal 41 bis, dal regime del carcere duro che tanto dà fastidio ai boss in galera, rendendo quasi impossibile contatti con l'esterno.

Il Tempo