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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 19/06/2016  -  stampato il 11/12/2016


Rissa tra detenuti camorristi adulti nel carcere minorile, Cascini: nei minorili per recuperarli meglio

Non sono ancora adulti, non sono più ragazzini. Li chiamano “giovani adulti”. Magari hanno genitori rivali tra loro, tutti hanno vissuto la strada e il crimine. C’è il rapinatore al suo primo colpo che può salvarsi e c’è quello che fin da piccolo ha respirato la camorra in casa. Storie diverse tra loro, tutte di emarginazione. Cambia solo il livello di pericolosità anche all’interno di un carcere minorile. Tutti sullo stesso campo di calcetto a Nisida per una partita, fa parte del cosiddetto “trattamento” dei giovani detenuti.

È lì che scoppia la rissa. Botte tra due che si allarga a tutti i giocatori. E nel caos di dodici ragazzi che se le danno di santa ragione a pagare sono tre agenti della Polizia Penitenziaria. Feriti, seppur in modo non grave, finiscono in ospedale. Prognosi di sette giorni. Va a verificare quanto accaduto il dirigente del Centro giustizia minorile della Campania Giuseppe Centomani, ma intanto il sindacato punta il dito contro un temibile gruppo napoletano al centro della cronaca nell’ultimo anno. È quello della “paranza dei bambini” di Forcella, quello dei giovanissimi boss protagonisti di una sanguinosa faida negli ultimi due anni. Poi neutralizzati con gli arresti. Piccoli capoclan, insieme a ragazzini vicini al crimine ma anche lontani dalle dinamiche della criminalità organizzata.

Infine il bilancio parla di una rissa tra dodici ragazzi, di cui alcuni con familiari nella camorra di Forcella, della Sanità, di Ponticelli e di Secondigliano e tutti già maggiorenni. Un solo minorenne coinvolto, 17 anni. Nessuno di loro ferito.

Cattiva gestione di strutture carcerarie che oggi, con il nuovo regolamento, ospitano ragazzi (oramai adulti) fino ai venticinque anni? 

Che facciamo? Nonli possiamo isolare tutti — interviene Francesco Cascini, a capo del dipartimento di Giustizia minorile — Il recupero va fatto in una comunità per sfruttare al massimo la socialità. Queste cose (la rissa, ndr) possono succedere, accade anche tra adolescenti non reclusi. Anche se il problema non va sottovalutato e bisogna lavorare di più sui ragazzi vicini alla criminalità organizzata. Per ora teniamo già separati i più piccoli dai ragazzi più strutturati e vicini alla criminalità organizzata.

Sicuramente sui cinquantacinque ragazzi ospiti di Nisida si può fare qualche separazione, ma senza eccedere, altrimenti saranno condannati all’isolamento. Si rischia di rendere più difficile il recupero. D’altra parte — conclude Cascini — tra i 21 e i 25 anni la legge permette di mandare questi ragazzi in un carcere per adulti, ma se noi tentiamo sempre di trattenerli nelle strutture minorili è proprio per raggiungere quel recupero necessario».

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