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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 26/06/2016  -  stampato il 07/12/2016


In carcere mi prendono in giro. Superboss disperato pensa al suicidio

Tonino 'O Sicc era noto come un camorrista sanguinario ma i tanti anni di galera lo hanno indebolito e così la famiglia prepara una colletta per tirarlo su di morale.

NAPOLI EST. Lo temevano tutti a Ponticelli. Perché aveva testa ma soprattutto perché era un sanguinario. Antonio De Luca Bossa detto ‘o sicc è stato uno dei protagonisti assoluti della storia criminale di Ponticelli degli anni Novanta. Fedelissimo dei Sarno. Tanto che i boss del rione De Gasperi lo consideravano uno dei famiglia. «Ci spartivamo il giorno e la notte. Stavamo sempre insieme. Per me era come un fratello», ha detto in più di un’occasione Vincenzo Sarno, dal 2009 collaboratore di giustizia. Un ras a tutti gli effetti. Che agli occhi della comunità criminale del Lotto O – il suo rione – è rimasto tale sino ad oggi, benché lui sia bloccato in cella da quasi vent’anni per via di una condanna – definitiva - all’ergastolo per l’autobomba di via Argine del 25 aprile del 1998 (in cui morì il nipote del boss Vincenzo Sarno, vero obiettivo) che segnò il punto di rottura del legame tra i boss del rione De Gasperi e il gruppo del Lotto O.

 

Osannato dai criminali, De Luca Bossa. Ma a torto. Perché la storia contemporanea racconta un’altra realtà, rimasta sommersa. Tonino ‘o sicc è un ‘re’ (del Male) decaduto che viene preso in giro finanche dagli altri detenuti, mentre la sua famiglia organizza una colletta – sì, una colletta – per cercare di fargli arrivare quanti più soldi possibili in prigione affinché lui, il detenuto, possa ostentare una parvenza di ricchezza e, dunque, di potere. Antonio De Luca Bossa è un sovrano senza «più dignità», come egli stesso svela sconfortato in un carteggio di lettere segrete destinate ai suoi parenti, alla sorella Anna, in particolare, la reginetta del Lotto O che lunedì mattina è finita in galera insieme alla figlia Martina Minichini per aver gestito lo spaccio di droga nel proprio rione in combutta coi D’Amico del Conocal. La parabola discendente di Tonino ‘o sicc la disegna proprio lei, Anna, custode dei tormenti del congiunto. E lo fa nella sala colloqui di un carcere, dove è detenuto un altro suo fratello, Christian Marfella (figlio di Teresa De Luca Bossa, che è la madre di Anna, e del boss di Pianura Giuseppe Marfella), cresciuto nel mito di Tonino ‘o sicc, tanto che s’è fatto tatuare il soprannome del ‘maggiore’ alla base della gola. «Antonio ha scritto una lettera…», dice Anna. Una lettera che manda in fibrillazione la famiglia. «Non abbiamo capito se si uccideva o si buttava (passava a collaborare con la giustizia, ndr) – sussurra - Ha detto: io sono stanco, non ce la faccio più, ho perso la dignità… sono stato un mese senza soldi…. Vedo quelli scemi fuori alla cella che dicono prenditi un po’ di mangiare in più’. Ha detto che sta facendo tante figure di merda». Anna si ferma. Sospira. È preoccupata. In famiglia hanno cercato di correre ai ripari quando è arrivata la massiva. «Ci siamo riuniti tutti quanti – spiega a Christian Marfella – Ci siamo riuniti a casa. Abbiamo parlato… Diamo 150 euro al mese. Adesso facciamo 50 euro ciascuno al mese… Io metto 50… Rosaria 50… Nanà e Alfonsina danno pure loro 30 euro a testa.. Raccogliamo sei, settecento euro al mese». Anche Marfella vuole partecipare, benché sia bloccato in cella a sua volta per un tentato omicidio e un’incursione a mano armata all’interno di un circolo di scommesse, episodi consumatisi entrambi nel 2013 nella prima fase della faida tra i De Micco e i D’Amico. «Duecento euro li puoi prendere da sopra i soldi miei», dice, alludendo ai soldi che gli passano i D’Amico ai quali Marfella si era unito nello scontro coi De Micco. È una colletta.

 

Una colletta per cercare di sostenere economicamente Tonino ‘o sicc. «Pensiamo ad Anton io adesso, speriamo che non faccia alcuna tarantella», insiste Marfella. Che poi chiede chiarimenti su quelle parole «mi voglio buttare» fermate dal fratellastro sulla carta. Anna esclude subito che ‘o sicc possa imboccare il viale della collaborazione con la giustizia e ritiene che quell’espressione nasconda una volontà suicida. «Penso più che si vuole uccidere…», taglia corto. È il 30 maggio 2013 quando Anna De Luca Bossa e Christian Marfella descrivono in modo plastico il destino discendente di chi sceglie di percorrere la strada della malavita organizzata. Poche parole che resteranno scolpite nella memoria: «Ho perso la dignità. Qui in cella mi sfottono. Sto facendo tante figure di merda».

 

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