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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 09/07/2016  -  stampato il 04/12/2016


Grand hotel Rebibbia: ecco come il clan di Tor Bella Monaca gestiva lo spaccio e le misure alternative dal carcere

Sotto le torri del «R9» facevano il bello e il cattivo tempo: spacciavano droga, maneggiavano armi, reinvestivano denaro sporco e pianificavano e portavano a termine estorsioni e fatti di sangue. Erano anche riusciti a costruirsi una sorta di bunker che serviva da deposito per droga e armi e che veniva controllato a vista ogni momento sia dalle vedette del gruppo, sia grazia ad un impianto tv a circuito chiuso.

Gravitavano nell’orbita del clan Cordaro e a Tor Bella Monaca erano in grado di gestire, dice il procuratore aggiunto della distrettuale antimafia romana, Michele Prestipino «con organizzazione modernissima, un centro commerciale di stupefacenti aperto 24 ore al giorno».

Sono 37 gli arresti portati a termine dagli uomini della mobile e da quelli dello Sco: sono capi e gregari di uno dei clan più feroci e attivi che operano nel quadrante sud-est della Capitale, tra i quartieri di Tor Bella Monaca e Giardinetti. L’indagine era partita dopo l’omicidio di Serafino Cordaro (giustiziato a colpi di arma da fuoco in un bar del quartiere durante le feste di Pasqua del 2013) ed è riuscita a portare alla luce la perfetta organizzazione del gruppo criminale che non si limitava, come fanno tante altre gang, a spacciare in strada. Gli uomini del clan Cordaro infatti erano in grado anche di tenere contatti saldi con le famiglie di camorra e ‘ndrangheta (contati indispensabili per avere garantito il continuo rifornimento di droga per le piazze di spaccio di competenza), reinvestire, attraverso l’avvocato Alessandro Petrucci, i proventi del narco traffico in attività lecite sul litorale della Maddalena, in Sardegna e infiltrare pesantemente anche l’ambiente del carcere di Rebibbia.

Nel penitenziario il clan non solo riusciva a fare entrare cocaina e telefoni cellulari, ma era riuscito a creare una serie di società fantasma in grado di garantire lavoro (ovviamente falso) ai detenuti che riuscivano a ottenere pene alternative alla detenzione.

GRAND HOTEL REBIBBIA

La vita di strada, prima o poi, ti porta dietro le sbarre, ma per gli uomini del clan finire a Rebibbia non era poi così grave, e comunque restava sempre «Ezio del lavoro» per ottenere le pene alternative. Valentino Iuliano, ad esempio, durante la sua detenzione poteva contare sull’uso di un telefonino e ha «quindi costantemente mantenuto i contatti con gli associati, delineando strategie criminali, pianificando l’acquisto degli stupefacenti e indicando le somme da consegnare all’avvocato per le attività di riciclaggio».

E se pensare al «lavoro» anche dal carcere può essere faticoso, per rilassarsi il capo può sempre farsi lanciare un po’ di roba dagli amici rimasti fuori, basta telefonare e dare le indicazioni: «hai capito come devi fa? - dice Valentino al telefono a un sodale - tagli la bottiglia del latte, ce metti un bel sasso sotto, la ricomponi e la nastri tutta con lo scotch marrone. Poi hai visto dove sta la palazzina? Spostato verso destra, dieci metri verso destra e lanci dritto per dritto». Se il carcere risulta poi insopportabile resta da giocare la carta di Ezio Cerquiglini, l’uomo amico del clan che «sfruttando la ditta intestata alla maglia fornisce ai membri del sodalizio e ai loro "amici" assunzioni di comodo allo scopo di far conseguire loro benefici o misure alternative alla detenzione». «Gli ho mannato - racconta Valentino intercettato dal carcere - tutta gente dal carcere, gli ho mandato, tutti contratti di lavoro».

In una occasione, il lavoro fittizio era servito a Flavia Teixeira, compagna di «Chicco» Cordaro, uno dei capi, per evitare che gli assistenti sociali le portassero via i bambini durante la detenzione del convivente. 

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